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giovedì 5 marzo 2026

Medio Oriente sull’orlo del baratro: chi combatte nella guerra contro l’Iran e perché il conflitto rischia di allargarsi

guerra in medio oriente sull orlo del baratro


Il Medio Oriente è entrato in una nuova fase di instabilità. Gli attacchi militari che hanno coinvolto l’Iran nelle ultime settimane stanno alimentando il timore di un conflitto regionale di larga scala, con il coinvolgimento diretto e indiretto di diverse potenze internazionali e regionali.

Comprendere cosa sta accadendo richiede di analizzare non solo gli eventi militari più recenti, ma anche gli attori coinvolti e le dinamiche geopolitiche che stanno alimentando la crisi.


Gli attacchi contro l’Iran

Il conflitto si è intensificato quando forze militari statunitensi e israeliane hanno condotto operazioni contro obiettivi ritenuti strategici all’interno del territorio iraniano. Tra gli obiettivi colpiti figurano infrastrutture militari, sistemi missilistici e siti considerati collegati al programma nucleare iraniano.

Secondo le dichiarazioni ufficiali dei governi coinvolti, le operazioni avrebbero lo scopo di neutralizzare potenziali minacce alla sicurezza regionale e impedire lo sviluppo di capacità militari considerate pericolose per Israele e per gli alleati occidentali nella regione.

L’Iran ha definito gli attacchi una violazione della propria sovranità nazionale e ha risposto con il lancio di missili e droni contro obiettivi militari israeliani e contro installazioni militari statunitensi presenti nella regione.


Chi combatte contro chi

Il conflitto non riguarda soltanto due Stati, ma si inserisce in un sistema di alleanze e rivalità che coinvolge numerosi attori.

Il fronte anti-Iran

Nel campo opposto all’Iran si collocano principalmente:

  • Stati Uniti, che mantengono basi militari in diversi paesi del Golfo Persico;

  • Israele, che considera il programma militare iraniano una minaccia diretta alla propria sicurezza.

Questi due attori stanno conducendo operazioni militari coordinate, con il supporto logistico e strategico di basi situate in paesi alleati della regione.


Il fronte iraniano e i suoi alleati

L’Iran non combatte isolato. Negli ultimi decenni ha costruito una rete di alleanze e gruppi armati nella regione.

Tra i principali soggetti vicini a Teheran figurano:

  • Hezbollah, movimento sciita con base in Libano;

  • milizie sciite in Iraq;

  • gruppi armati presenti in Siria e in altre aree del Medio Oriente.

Queste organizzazioni, pur non essendo formalmente parte delle forze armate iraniane, rappresentano un elemento strategico fondamentale nella proiezione dell’influenza iraniana nella regione.


Un conflitto che coinvolge più paesi

Uno degli aspetti più preoccupanti della crisi è il fatto che gli scontri non si stanno limitando al territorio iraniano.

Attacchi e operazioni militari si stanno verificando in diversi scenari:

  • Iran, dove sono stati colpiti siti militari e infrastrutture;

  • Israele, bersaglio di missili e droni lanciati dall’Iran o da gruppi alleati;

  • Libano, dove Hezbollah e l’esercito israeliano sono coinvolti in scontri lungo il confine;

  • Iraq e Siria, dove operano milizie filo-iraniane;

  • Golfo Persico, area strategica per la presenza di basi militari statunitensi.

Questa molteplicità di fronti rende il conflitto particolarmente difficile da contenere.


Il rischio di una guerra regionale

Molti analisti temono che l’escalation possa trasformarsi in una guerra regionale su larga scala.

Uno dei punti più sensibili riguarda lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio mondiale. Qualsiasi blocco o attacco in questa area avrebbe conseguenze immediate sull’economia globale.

Un eventuale coinvolgimento diretto di altri paesi della regione potrebbe inoltre ampliare ulteriormente il conflitto.


Le conseguenze globali

Le ripercussioni della crisi non riguardano soltanto il Medio Oriente.

Tra gli effetti possibili vi sono:

  • aumento dei prezzi dell’energia;

  • instabilità nei mercati finanziari;

  • nuove tensioni diplomatiche tra le grandi potenze;

  • rischio di un conflitto militare più ampio.

La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione gli sviluppi della situazione, mentre diversi governi chiedono un’immediata de-escalation.


Una crisi che affonda le radici nel passato

La rivalità tra Iran, Stati Uniti e Israele non nasce oggi. Le tensioni affondano le loro radici in decenni di conflitti indiretti, sanzioni economiche, operazioni militari e competizione geopolitica per l’influenza nel Medio Oriente.

Il conflitto attuale rappresenta quindi l’ultima manifestazione di uno scontro molto più ampio, in cui si intrecciano interessi strategici, sicurezza nazionale, risorse energetiche e rivalità politiche.


Il bilancio delle vittime e l’impatto sui civili

Oltre agli obiettivi militari dichiarati dalle parti coinvolte, il conflitto sta avendo conseguenze drammatiche anche sulla popolazione civile. Le prime stime diffuse da diverse fonti internazionali indicano che il numero delle vittime ha già superato il migliaio, mentre diverse migliaia di persone risultano ferite tra Iran, Israele e le aree colpite dagli attacchi.

Tra le vittime figurano militari, personale delle infrastrutture colpite e numerosi civili rimasti coinvolti nei bombardamenti e nei lanci di missili. In alcune città iraniane gli attacchi hanno interessato zone urbane densamente abitate, mentre in Israele diversi sistemi di difesa aerea sono stati attivati per intercettare i missili in arrivo.

Gli ospedali e le strutture di emergenza stanno affrontando una forte pressione a causa dell’elevato numero di feriti, mentre migliaia di famiglie hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni per mettersi al riparo dalle operazioni militari.

Organizzazioni umanitarie e osservatori internazionali hanno lanciato appelli per la protezione della popolazione civile, sottolineando il rischio che l’escalation possa aumentare ulteriormente il numero delle vittime.


Le reazioni della comunità internazionale

Il conflitto ha immediatamente attirato l’attenzione della comunità internazionale, con governi e organizzazioni diplomatiche che stanno monitorando con preoccupazione l’evolversi della situazione.

Diverse potenze globali hanno espresso posizioni differenti.

La Russia ha invitato tutte le parti a evitare un’ulteriore escalation militare, chiedendo l’avvio di negoziati diplomatici per contenere il conflitto.

Anche la Cina ha espresso forte preoccupazione per l’instabilità crescente nella regione, sottolineando la necessità di preservare la sicurezza delle rotte commerciali e delle forniture energetiche.

Diversi paesi europei hanno invece chiesto un immediato cessate il fuoco e l’avvio di un dialogo diplomatico per evitare che la crisi si trasformi in una guerra regionale su vasta scala.

Nel frattempo, numerose cancellerie occidentali stanno valutando l’impatto che il conflitto potrebbe avere sugli equilibri geopolitici e sulla sicurezza energetica globale.


Il nodo strategico dello Stretto di Hormuz

Uno degli elementi più delicati della crisi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta.

Attraverso questo stretto, che collega il Golfo Persico al Mar Arabico, transita una quota significativa del petrolio mondiale destinato ai mercati internazionali.

Un eventuale blocco dello stretto o attacchi alle navi commerciali potrebbero provocare un forte aumento dei prezzi del petrolio e gravi ripercussioni sull’economia globale.

Per questo motivo la situazione nella zona viene monitorata attentamente dalle principali potenze mondiali e dalle compagnie energetiche internazionali.


Uno scenario che potrebbe cambiare gli equilibri globali

Il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele non rappresenta soltanto uno scontro regionale, ma potrebbe avere conseguenze molto più ampie.

La possibilità che altri paesi del Medio Oriente vengano coinvolti direttamente negli scontri è uno dei principali timori degli analisti geopolitici.

Un allargamento del conflitto potrebbe trasformare la crisi in una guerra regionale con ripercussioni economiche, energetiche e politiche a livello globale.

Per questo motivo, mentre continuano gli attacchi e le ritorsioni militari, cresce la pressione diplomatica affinché le parti coinvolte trovino una via per fermare l’escalation.


Salvatore Calleri – Ufficio Stampa

sabato 24 settembre 2016

Missione Canaglia: il Pentagono ha forse bombardato l’esercito siriano per uccidere l’accordo sul cessate-il-fuoco?

Missione Canaglia: il Pentagono ha forse bombardato l’esercito siriano per uccidere l’accordo sul cessate-il-fuoco?

“Tutto suggerisce che l’attacco… era stato deliberatamente ordinato da forze all’interno del governo degli Stati Uniti ostili al cessate-il-fuoco… Affermazioni sul fatto che caccia statunitensi fossero all’oscuro di chi stessero bombardando sono semplicemente non credibili, e sono categoricamente contraddette da altri resoconti dei media…” — Alex Lantier, World Socialist Web Site
Una spaccatura tra il Pentagono e la Casa Bianca, Sabato, si è trasformata in aperta ribellione, quando due aerei F-16 e due aerei A-10 da guerra hanno bombardato posizioni dell’esercito arabo siriano (SAA) a Deir al-Zor uccidendo almeno 62 regolari siriani e ferendone altri 100. Gli Stati Uniti hanno ufficialmente assunto la responsabilità per l’incidente che è stato chiamato un “errore”, ma la tempistica del massacro ha aumentato la speculazione che l’attacco è stato un disperato tentativo dell’undicesima ora di far deragliare la fragile tregua ed evitare porzioni dell’accordo attuativo a cui i leaders del Pentagono si sono opposti pubblicamente. Molti analisti ora si chiedono se gli attacchi sono l’indicazione che il Dipartimento della difesa (DOD) disseminato di neocon, sia attivamente impegnato nel sabotare la politica della Siria del presidente Obama, una domanda che implica che il Pentagono è guidato dai ribelli anti-democratici che rifiutano l’autorità costituzionale della leadership civile. Il salasso di sabato suggerisce fortemente che un ammutinamento si stia preparando presso il Dipartimento della Guerra [NdT: gioco di parole col dipartimento della difesa].

L’abisso che è emerso tra i falchi del Pentagono e i membri più concilianti dell’amministrazione Obama ha drenato del criticismo dagli sfoghi dei principali mezzi di comunicazione statunitensi (New York Times) per i membri di alto rango nel quadro russo. Sabato scorso, in una conferenza stampa di emergenza presso le Nazioni Unite, l’ambasciatore russo Vitaly Churkin presso l’UN ha riferito circa l’apparente lotta di potere che si sta svolgendo a Washington con questi commenti secchi:
“La grande domanda che deve essere fatta è: ‘Chi è il responsabile a Washington? E’ la Casa Bianca o il Pentagono?’ … Perché noi abbiamo udito commenti del Pentagono, che volano in faccia (NdT: che contraddicono) ai commenti che abbiamo sentito da Obama e Kerry … ”
(https://www.youtube.com/watch?v=bID01gIEIOY     See–10:15 second)
Churkin non è l’unico che ha notato il divario tra Obama ei suoi generali. Un recente articolo del New York Times ha anche evidenziato le divisioni che sembrano allargarsi mano a mano che la situazione in Siria continua a deteriorare. Ecco un estratto dal New York Times:
(SECDEF Ash) “Carter è stato tra i funzionari dell’amministrazione che hanno spinto contro l’accordo (del cessate-il-fuoco) … Anche se il presidente Obama ne ha infine approvato lo sforzo. Martedì scorso al Pentagono, i funzionari non si sarebbero nemmeno trovati d’accordo nell’eventualità se una cessazione della violenza in Siria avesse tenuto per 7 giorni – la parte iniziale della transazione – il Dipartimento della Difesa avrebbe messo in atto la sua parte dell’accordo l’ottavo giorno …
“Non sto dicendo sì o no”, Luogotenente generale Jeffrey L. Harrigian, comandante del Comando Centrale dele Forze Aeree degli Stati Uniti, ha detto ai giornalisti in una videoconferenza. “Sarebbe prematuro dire che stiamo al momento saltandoci dentro.” ( “Dettagli del Patto Siria Widen spaccatura tra John Kerry e del Pentagono”, New York Times)
Pensare che per un minuto: il tenente generale Harrigian sembra voler dire che egli non può seguire un ordine del comandante in capo, se non è di suo gradimento. Quando esattamente i capi militari hanno cominciato a credere che gli ordini sono opzionali o che il DOD ha avuto un ruolo da giocare nella definizione politica? Qui c’è do più dal NYT:
“Il divario tra Kerry e il signor Carter riflette il conflitto insito nella politica della Siria di Obama. Il presidente è venuto al fuoco aumentato politicamente per il suo rifiuto di intervenire con più forza nella guerra civile di cinque anni, che le Nazioni Unite dice che ha ucciso più di 400.000 persone, sfollate più di sei milioni e ha portato a una crisi dei rifugiati in Europa. Ma mantenere un gran numero di forze di terra americane fuori dalla Siria ha creato anche spazio alla Russia per assumere un ruolo più importante lì, sia sul campo di battaglia che al tavolo dei negoziati … ..
Il risultato è che nel momento in cui gli Stati Uniti e la Russia si oppongono in una posa più combattiva dalla fine della guerra fredda, all’esercito americano è improvvisamente detto che esso, in una settimana, potrebbe dover avviare la condivisione di intelligence con uno dei suoi più grandi avversari per colpire congiuntamente le forze dello Stato islamico e il Fronte di al-Nusra in Siria.
“Rimango scettico su qualunque cosa che si possa fare con i Russi,” Gen. Philip M. Breedlove, che recentemente si è dimesso come comandante supremo alleato della NATO, ha detto Lunedi in un’intervista. “Ci sono un sacco di preoccupazioni scoprire le nostre risorse dove le nostre persone sono.” (New York Times)
Così il falco-da-guerra Supremo, Ash Carter, ed i suoi colleghi russofobi vogliono intensificare il conflitto, espandere l’impronta militare americana in Siria, e confrontare direttamente la Russia. Essi non approvano la politica del presidente, così stanno facendo tutto il possibile per silurare l’accordo del cessate-il-fuoco. Ma perché ora, dopotutto, il cessate-il-fuoco è cominciato cinque giorni fa? Se Carter e Company hanno ravvisato nella cessazione delle ostilità una minaccia in quanto tale, perché non hanno agito prima?
C’è una spiegazione semplice per questo. Il vero pericolo non era il cessate il fuoco in sé, ma le parti dell’accordo che hanno richiesto all’esercito degli Stati Uniti di lavorare in collaborazione con l’Aeronautica russa per sconfiggere le organizzazioni terroristiche che operano in Siria, vale a dire al-Nusra e ISIS. Questa è la parte della transazione a cui il Pentagono si è opposto apertamente, e questa è la parte del gioco che è stata impostata per essere implementata Lunedi 19 settembre, meno di 48 ore dopo gli attacchi di Sabato. Ora, il futuro dell’accordo è fortemente in dubbio che è esattamente ciò che Carter e i suoi generali volevano. Ecco un po ‘più di retroscena dai commenti di Churkin [del] sabato:
“E ‘stato molto significativo e non accidentale che (l’attacco) sia avvenuto solo due giorni prima che gli accordi russo-americani fossero supposti entrare in vigore pienamente ….
Lo scopo del gruppo di attuazione congiunta, è quello di consentire un coordinamento allargato tra gli Stati Uniti e la Russia. I partecipanti devono lavorare insieme per sconfiggere al-Nusra e Daesh all’interno del contesto di rafforzare la cessazione delle ostilità e nel sostegno del processo di transizione politica delineata nel Consiglio di sicurezza 2254. Questi sono stati accordi molto importanti che, a nostro avviso, potrebbero davvero rappresentare un cambiamento del gioco e coadiuvare grandemente i nostri sforzi per sconfiggere al Nusra e ISIL, creando anche le condizioni migliori per il processo politico … ..
Il giorno di attuazione era fissato per il 19 di settembre, quindi, se gli Stati Uniti volevano attaccare ISIS o al Nusra, avrebbero potuto aspettare due giorni e coordinare quegli attacchi insieme ed essere sicuri di colpire le persone giuste … Si può solo concludere che l’attacco aereo è stato condotto al fine di far deragliare i lavori del Gruppo di Lavoro Riunito (JIG – Joint Implementation Group) e di fatto impedire che venga messo in moto “(Guarda il video per intero: https://www.youtube.com/watch?v=bID01gIEIOY)
Il motivo per cui Mosca vede il “coordinamento allargato tra Stati Uniti e laRussia” come un “cambio di gioco” è perché né Putin né i suoi consiglieri ritengono che la guerra può essere vinta militarmente. Ecco perché Putin ha ridotto la presenza militare della Russia in Siria nel mese di dicembre. Voleva ridurre le tensioni e creare opportunità per i negoziati. Mosca si rende conto che non ci sarà mai una soluzione al conflitto a meno che i principali partecipanti si impegnano a una soluzione politica. È per questo che Putin sta facendo tutto quanto in suo potere per attirare gli Stati Uniti in un accordo in cui Mosca e Washington condividono responsabilità di sicurezza. Questo è l’obiettivo del cessate il fuoco, per creare una situazione in cui entrambe le superpotenze sono nella stessa squadra, coinvolti nello stesso processo, e lavorando verso lo stesso obiettivo.
Sfortunatamente, i falchi del Pentagono e dei loro alleati nell’establishment politico degli Stati Uniti e nella comunità di intelligence, non vorrebbero niente di tutto ciò. Gli obiettivi dei falchi, degli interventisti liberali e dei neocons sono gli stessi come lo sono stati fin dall’inizio. Vogliono rovesciare Assad, frantumare la Siria in più parti, installare un fantoccio US a Damasco, controllare i corridoi delle condotte critiche dal Qatar alla Turchia e infliggere una sconfitta umiliante alla Russia. Per questo gruppo, qualsiasi intreccio o la cooperazione con la Russia mina solo il loro obiettivo finale di escalation del conflitto, rafforzare la loro presa sul Medio Oriente, e il calo di influenza russa.
Questo è ciò che rende l’attacco senza precedenti contro le posizioni dell’esercito siriano così sospette; è perché si presenta come un estremo tentativo di un disperato ribelli del Pentagono di interrompere il cessate il fuoco e prevenire Washington da fare squadra con Mosca nella lotta contro l’estremismo militante. Quanto alla questione se gli attacchi fossero “intenzionali” o meno; l’analista militare Pat Lang ha postato un bocconcino illuminante sul suo sito Sic Semper Tyrannis quel sabato:
“SAA (Esercito Siriano arabo) ha occupato queste posizioni per sei mesi o giù di lì. Presumibilmente risorse di immagini da satellite degli Stati Uniti e analisti SIGINT sono stati a guardare a questi per tutto il tempo e producendo sovrapposizioni di mappe che mostrano chi si trova dove in dettaglio. Questi documenti sarebbero ampiamente disponibili soprattutto per le unità aeree e i loro ufficiali che si occupano di selezionare gli obiettivi [NdT: targeteers]. La coalizione aerea guidata degli Stati Uniti non ha colpito in precedenza nella zona di Deir al-Zor”.
Quindi, sì, gli attacchi avrebbero potuto essere un “errore”, ma le probabilità di questo sono estremamente basse. La spiegazione più probabile è che l’ordine per l’attacco sia venuto dai più alti livelli di comando, probabilmente Ash Carter stesso, la cui determinazione di far deragliare l’accordo del cessate-il-fuoco di Obama-Putin potrebbe essere stato l’impulso per il bagno di sangue selvaggio che ha avuto luogo sabato a Deir al-Zor.
È impossibile esagerare l’importanza dello scontro tra il DOD e la Casa Bianca. La resistenza alla politica di Obama in Siria è improvvisamente degenerata in aperta ribellione tra i dissenzienti membri della gerarchia militare e i rappresentanti eletti del popolo. Il tragico attentato a Deir al-Zor è probabilmente solo la prima schermaglia in questa nuova guerra. Ci aspettiamo che ci saranno più scontri nei giorni a venire.
MIKE WHITNEY vive nello stato di Washington. Egli è un collaboratore di Hopeless: Barack Obama e la politica dell’Illusione (AK Press). Hopeless è disponibile anche in edizione Kindle. Può essere raggiunto a fergiewhitney@msn.com <https://it-mg42.mail.yahoo.com/neo/b/compose?to=fergiewhitney@msn.com>
20.09.2016
Traduzione per wwwcomedonchisciotte.org a cura di ANDREA CESARINI