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sabato 7 novembre 2015

La distruzione dell'uomo attraverso la televisione

Il compimento del Regno di Gianantonio Valli
La distruzione dell'uomo attraverso la televisione
Questa razza di casa nostra è dura a morire e qualche volta si risveglia
bruscamente. Bisognava impedire quel risveglio. Da qui i negri, da qui le
naturalizzazioni in in massa di ghetti interi, l'abbrutimento per mezzo dei
quotidiani, della radio, della pornografia e della pubblicità,
dell'idolatria del ricco, dell'adorazione dell'orpello, la beatificazione
del puerile e della ballerina nuda, tutta questa fiera che sa di polvere e
carta d'Armenia e nella quale passeggia docilmente una generazione
inebetita, assordata dai giradischi e dalle orchestre dei maneggi,
sussultante fra i petardi, a bocca aperta davanti alle sirene e ai mostri,
con la gola  secca, gli occhi opachi, senza tregua in movimento dentro
questa kermesse senza baldorie, in questa ressa senza sguardi, sognando
vagamente un'eterna scoraggiante domenica che sarebbe stata tutta la loro
vita. Questo era l'antifascismo.
Maurice Bardèche, L' uovo di Colombo, 1952

Oggi sono essenzialmente i media stampati ed elettronici a plasmare le
nostre attitudini percettive, a stabilizzare criteri di senso collettivi che
ci consentono la comprensione del presente e che fungono da costante
contesto di riferimento per - orientare anche la nostra esperienza personale
[... ] Altrettanto evidente dovrebbe essere l'inconsistenza della linea di
demarcazione fra democrazia e totalitarismo che i teorici dei pluralismo
tentano di tracciare assumendo come discriminanti delle nozioni tanto deboli
quanto ambigue di autonomia dell'opinione pubblica e di policentrismo dei
mezzi di comunicazione di massa. Contro le tesi classiche del pluralismo
democratico, l'indagine scientifica e l'esperienza storica sembrano provare
che l'efficacia persuasoria dei mass media opera assai più in profondità nei
paesi a democrazia pluralistica (e ad economia di mercato) che non nei paesi
totalitari.
Danilo Zolo, Il principato democratico, 1992

La televisione e gli altri media elettronici hanno cambiato la base delle
attività umane. Ci possiamo permettere di ripetere questa ovvietà, visto che
anche i critici più acuti della società odierna non sono pienamente
coscienti dei cambiamenti che questo comporta per le nostre relazioni
cognitive, emotive e funzionali con il nuovo ambiente globale prodotto dai
media.
Derrick de Kerckhove, La civilizzazione video-cristiana, 1995

Come che sia, la base della potenza americana sta, in larghissima parte, nel
dominio del mercato mondiale delle comunicazioni. L'ottanta per cento delle
parole e delle immagini che circolano nel mondo provengono dagli Stati
Uniti.
Zbigniew Brzezinski, 15 dicembre 1990

Distruggeremo la vostra cultura come abbiamo distrutto la nostra.
Il conduttore Jay Leno, in uno spot per l'European Super- Channel della NBC
Se teniamo presente l'influenza enormemente più vasta e incisiva del Piccolo
Schermo rispetto al grande del cinema e la possibilità di essere messi in
contatto in ogni momento con l' immaginario collettivo televisivo ci è gioco
capire come, col passare degli anni, i moduli comportamentali televisivi
abbiano rivoluzionato e plasmato, e stiano tuttora plasmando, lo psichismo
dell'uomo in modo molto più profondo che non il cinema.            "Per la
prima volta nella nostra storia" - scrive, ad esempio, il noto critico
americano Jeff Greenfield - "è possibile rispondere alla domanda "Chi ha
fatto l'America?": la televisìone". "In a very real sense" - continua John
O'Connor, docente di storia al New Jersey Institute of Technology e
co-direttore del periodico "Film & History" - "television is American
Culture, in  senso letterale la televisione è, la civiltà dell'America".
A differenza di quanto possa pensare taluno dei meglio intenzionati
oppositori dei Sistema Mondialista, come non esistono armi "neutre" rispetto
alle strutture sociali e ai Sistemi di Valori in cui sono nate, non esiste
neppure la neutralità della Scienza (e tanto meno ancora della Scienza
moderna, portatrice di una propria morale totalitario-progressista
perfettamente inscrivibile in quella giudaico-cristiana, di cui anzi è
legittima figlia) né, a maggior ragione, la neutralità della Tecnologia e
delle tecniche. La Tecnologia, come la conosciamo oggi e com'è stato
dimostrato da studiosi quali il primo Jeremy Rifkin - e da noi stessi in Lo
specchio infranto - è un fenomeno storico generato da una certa e precisa
idea della natura, da una certa e precisa idea del progresso, da specifici
ideali sociali e da specifiche aspirazioni sui fini della vita umana e del
cosmo, ideali ed aspirazioni di chiara ascendenza giudaico-cristiana. E ciò
non solo sotto il profilo ideologico-morale, ma anche dal lato "pratico".
Ma c'è qualcosa di ancor più terribile: più ancora della Scienza, le
Tecniche, infatti, non sono né sono mai state strumenti inerti, governabili
a piacimento dai loro inventori o direttori pro-tempore (di qui la profonda
diffidenza ellenica per la techné). Più ancora della Scienza - quadro di
riferimento che lascia all'uomo una qualche autonomia spirituale - la
Tecnologia ha una sua logica, una logica ancor più impersonale che non solo
contrasta e distrugge i suoi nemici, cioè le logiche e i Sistemi di Valori
che le si oppongono, ma entra in conflitto perfino con le ideostrutture che
l'hanno giustificata sul piano sia filosofico sia emozionale, potenziandola
su quello fattuale (cristianesimo, marxismo, capitalismo, democrazia).
Quanto a due brevissimi esempi, oltretutto esplicatisi in epoca ancora
"tranquilla", prima cioè dello scoppio della rivoluzione concettuale
baconiana, basti pensare all'introduzione della polvere da sparo nelle
contese guerresche, che comportò il declino del potere della cavalleria
medioevale e il sovvertimento delle tecniche costruttivo-architetturali.
Basti pensare a come l'introduzione della semplice staffa abbia, ancor
prima, reso possibile, col maggiore e decisivo potere di offesa conferito
all'uomo a cavallo, l'affermazione dell'universo feudale, innestandone le
strutture socio-politiche sulle strutture ideazionali della trifunzionalità
indoeuropea.       E tale discorso vale ancor più per i media. Essi non sono
semplici canali di trasmissione tra due o più ambienti; poco o nulla conta,
nella genesi dei più profondi mutamenti sociali (psico-esistenziali), la
qualità delle informazioni. I media sono in realtà, al di là di ogni
presunzione faustiana e di ogni futuristica brama di dominio, "ambienti in
se stessi e per se stessi". Svincolati da umana volontà, col tempo essi
seguono una loro logica intrinseca, comportando conseguenze
che,indipendentemente dalla sostanza del messaggio, sono non solo quasi
sempre imprevedibili ai "controllori" di turno, ma in ogni caso eversive
dell'ordine in cui sono nati. Del tutto immatura e volpinamente fuorviante è
quindi la dichiarazione di David Sarnoff: "Siamo troppo propensi a fare
degli strumenti tecnologici i capri espiatori dei peccati di coloro che li
maneggIano. In se stessi i prodotti della scienza moderna non sono né buoni
ne cattivi: è il modo in cui vengono usati che ne determina il valore".
Tale opinione, da una parte naturalmente diffusasi tra le masse moderne,
dall'altra ad arte predicata da tecnici superficiali o interessati, viene
aspramente criticata da Marshall McLuhan: "Proprio nulla nella frase di
Sarnoff rese ad un esame appena attento", nonché viene definita, con
incisiva semplicità, "la voce dell'attuale sonnambulismo". O anche, con
immagine altrettanto felice: i media moderni sono ormai diventati, per tutti
coloro - e sono la maggioranza - che ne hanno accettato l'influenza in modo
docile e subliminale, "prigioni senza mura per gli uomini che ne fanno uso".
"Il medium è il messaggio", suona l'abusato, spesso non capito e male
interpretato motto del sociologo canadese: l'impatto della forma
comunicativa, indipendentemente da ogni bontà o meno delle intenzioni e del
contenuto, oltrepassa cioè sempre e comunque la sostanza del messaggio;
l'estrinsecità prevale sull'intrinsecità.          Certo i media non
crescono né si sviluppano nel vuoto; varie forze sociali, politiche ed
economiche favoriscono lo sviluppo di alcune tecnologie, nonché i loro usi e
configurazioni (nulla è più chiaro al proposito della storia del cinema). E
tuttavia, al di là di ogni volontà, la Tecnica stessa si svincola, nel
tempo, dai suoi "direttori", imponendo dapprima profonde ristrutturazioni ad
alcune articolazioni societarie, portando poi alla ristrutturazione,
coerente coi nuovi moduli, dell'intera società.         Quando poi tale
ristrutturazione si muova nel senso della Weltanschauung di quei
"direttori" - dei loro desideri e delle loro aspirazioni di dominio
finanziario, politico e ideologico - l'osservatore rischia di non scorgere o
di sottovalutare la logica sistemica che ne sta alla base, illuminando in
modo eccessivo il ruolo dei promotori, addebitando loro la genesi dei
mutamenti, rischiando di trovarsi spiazzato nell'analisi del fenomeno e di
fronte alle obiezioni dei laudatori della Modernità. D'altra parte e al
contrario, supervalutando asetticamente la logica del Sistema dando cioè
indebita importanza alla speculazione sociologica e mettendo in secondo
piano la ricerca storica e ideologica - l'osservatore rischia di perdersi
nell'astrattezza. ln realtà, se certo esiste una logica sistemica, se esiste
un Sistema autosostenentesi ed ormai  impersonale nella sua struttura di
fondo, esistono anche non solo influenze, azioni e retroazioni di tipo
cibernetico, non solo "teste pensanti" che, se pure non più dirigenti, del
Sistema sono i regolatori e i custodi, i difensori ed i giudici. Esiste
soprattutto la consapevolezza della genealogia profonda del Sistema,
genealogia che, prima che tecnica e settoriale,è storica e ideologica,
quindi spirituale e religiosa.        Quanto alla televisione, i suoi veri
portati, finora non avvertiti dai giubilanti spettatori e funzionali a chi
delle strutture mentali della Modernità è stato il promotore, cioè il Popolo
Santo, consiste:
1) nell'appiattimento delle esperienze (più spietato di noi, scrive Daniel
J. Boorstin: "Come la stampa cinque secoli or sono iniziò a democratizzare
l'istruzione, così la televisione democratizzerà l'esperienza"),
 2) nell'indifferentismo, cioè nella perdita del senso del valore della
notizia,
 3) nella (distruzione delle differenze tra i popoli,
 4) nella distruzione di tutte le vecchie strutture di luogo o, più
chiaramente, di tutte le precedenti strutture di relazione, e non solo tra
individui od i popoli, ma tra l'uomo e il suo ambiente (Unvvelt: ciò che sta
intorno), tra l'uomo e il mondo (Welt), tra l'uomo e il Cosmo. In un'unica
espressione: consiste nel condurre al compimento finale la separazione
dell'uomo dalla Natura che si è primieramente fondata sull'antico, ed
eterno, odio giudaico per Questo Mondo.           A simili conclusioni
giunge Joshua Meyrowitz, docente di Comunicazione all'Università del New
Hampshire: "La mia teoria sostiene che questa ristrutturazione delle
occasioni e delle rappresentazioni sociali è stata, almeno in parte,
all'origine delle recenti tendenze sociali, comprese la confusione dei
concetti di infanzia e maturità, la fusione delle nozioni di mascolinità e
femminilità e l'abbassamento degli eroi politici al livello del cittadino
medio [...] Riunendo tanti tipi di persone nello stesso "luogo", i media
elettronici hanno favorito la confusione di molti ruoli sociali un tempo
distinti. Dunque, i media elettronici ci influenzano non tanto coi loro
contenuti, ma modificando la "geografia situazionale" della vita sociale".
La confusione dei ruoli, con l'abbattimento delle antiche istituzioni e la
formazione di nuovi centri direttivi e di strutture più omogenee investe le
religioni, le gerarchie, la famiglia, i sessi, le razze, le differenze
nazionali, il rapporto pubblicoprivato, la semantica, i concetti stessi:
comporta l'evasione di oggi precedente strutturazione umana. Nulla di strano
che l'espressione "politically correct" sia nata nel Paese di Dio; non a
caso quella confusione dei ruoli detta "androginia situazionale" ha
partorito proprio là termini neutri quali chairperson (persona che
presiede), meno "offensivo" di chairwoman (presidentessa) e di chairman. La
banalizzazione dell'esistenza, la volgarizzazione dei vissuti, il senso
d'impotenza, intercambiabilità e inutilità personale, la mancanza di ruoli
definiti - tutto ciò ne consegue. I nuovi media aboliscono i concetti di
sfere maschili o femminili, di capanne o edifici particolari, di luoghi
sacri o profani. Il mutamento del rapporto tra luogo fisico e luogo sociale
investe ogni ruolo e persona. Per la maggioranza, il mondo diviene senza
senso perché, per la prima volta nella storia, il mondo è privo di "luogo" e
di "centro".   Ma la perdita di luogo e la mancanza di centro, la scomparsa
delle articolazioni sociali all'interno di società intercambiabili e
sostanzialmente identiche (fenomeno che investe in misura infinitamente
minore i regolatori/mediatori/manipolatori di quelle società), la mancanza
all' individuazione personale e di gerarchia sociale fanno precipitare la
massima parte degli esseri umani - i più fragili, insicuri e bisognosi di
solidarietà da parte dei connazionali - nell'anomia, nel solipsismo, nella
disperazione. Porsi "oltre il senso del luogo" comporta, data la natura
umana com'è stata plasmata in milioni di anni, il porsi oltre ogni senso,
perdere oggi senso, ogni coordinata non solo spaziale ma temporale,
societaria, familiare, psichica e mentale.            Noi non concordiamo
col retorico, criminale quesito/incitamento di Francesco Remotti: "Ma è
proprio poi necessario avere un'identità nel nostro mondo?". Noi non siamo -
non vogliamo essere - quei transhumants  ebraici, quei vagabonds de I'
univers, staffilati da Henri Labroue, e neppure quei tecno-allucinati "nuovi
nomadi" cantati da Arianna Dagnino. Noi non siamo - non vogliamo essere
quegli "Irrevocabili figli di Babele" cantati dal sociologo Guy Scarpetta in
Eloge du cosmopolitisme. Non vogliamo esserlo perché sappiamo - dalla
personale esperienza e dall'insegnamento dei padri che or è mezzo secolo
caddero, armi in pugno, per contrastare la decadenza dell'uomo - che
l'esserlo comporta il disfacimento delle qualità più vere e sofferte
dell'essere umano. Solo un puro nichilista può apprezzare la "fortuna
dell'esilio", solo un puro nichilista può venir confortato da una condizione
psicosociale in cui si abbia l'agio, come predica Scarpetta, di "fare
scoppiare le identità e l'appartenenza", da una condizione il cui punto di
riferimento  primario sono gli USA, paese modello, "rete attraverso le
maglie della quale si può (sempre) sfuggire".       Un indagine del
Congresso riferisce che l'americano medio degli ultimi anni Ottanta consuma
un quarto dell'esistenza da sveglio guardando la televisione e che, per i
figli, la sola attività che prende più tempo della TV è Il sonno. Altri
studi rivelano che le famiglie con redditi inferiori ai diecimila dollari
guardano la TV in media 47 ore e 3 minuti settimanali, mentre quelle con
redditi superiori a trentamila restano davanti al teleschermo 47 ore e 50
minuti. Le abitudini televisive sono quindi sostanzialmente uniformi per
ceto sociale, mentre la differenza concerne i gruppi di età. Gli adolescenti
sono quelli che guardano meno la TV, con una media di "sole" 22 ore e 30
minuti (oltre tre ore al giorno); gli individui oltre i 55 anni toccano
invece le 35 ore e 6 minuti (cinque ore al giorno). Il bambino della più
recente TV generation guarda, fra i tre e i cinque anni, la TV per 54 ore
(quasi otto ore quotidiane). Prima dell'inizio dei ciclo scolare our boy
assorbe quindi 5000-5500 ore di TV, per un quinto pubblicitarie; prima di
terminare le medie ha riempito la vita con oltre 20.000 ore di Piccolo
Schermo.            Anche in Italia il consumo di televisione è
vertiginosamente aumentato: gli "adulti" (sopra gli undici anni) passano dav
anti al video quasi quattro ore al giorno; i ragazzi sotto gli undici,
qualcosa di più. In dettaglio, quanto alle ore di esposizione ripartite
nelle quattro classi 0-2, 3-4, 5-6 e oltre 6, le percentuali concernenti i
ragazzi (6-13 anni), gli adolescenti (14-19 anni) e gli adulti sono: 26, 52,
18 e 4; 32, 52, 14 e 3; 42, 45, 11 e 2. Il che significa che il Piccolo
Schermo intrattiene soprattutto individui delle età più basse. Dopo il sonno
e il lavoro, il guardare la televisione è la terza grande attività
dell'uomo - soprattutto del minore -moderno.     Oltre a due effetti di
rilevanza individuale:
1- la caduta verticale della capacità di fissare l'attenzione per più di un
certo tempo (se a un buon insegnante occorre anche un'ora per sviluppare un
dato argomento, gli spazi televisivi obbligati in novanta secondi troncano
quello stesso argomento in modo irreparabile) e
  2 - la perdita di interesse per la lettura - aspetti che coinvolgono per
mimetismo inconscio (vale a dire per l'inconscio occupazione degli spazi
mentali ad opera non solo delle immagini ma dell'intera atmosfera televisiva
che foggia l'Umwelt dell'uomo moderno) anche persone che fruiscono della TV
per tempi ben sotto la media - l'esposizione allo "sbarramento" delle
immagni televisive ha due rilevanti effetti sociali:
3 - il conformismo applicato e
4 - l'ignoranza generalizzata. Se del primo è Marie Winn ad affermare che il
Piccolo Schermo influenza necessariamente le abitudini di gioco dei ragazzi,
per cui un giovane che non conosce i suoi programmi ha difficoltà a farsi
degli amici o ad entrare a far parte della banda del quartiere e può
diventare, papale papale, "lo scemo del condominio", della seconda si fa
paladino il tecnocrate Nicholas Negroponte (fondatore e direttore del Media
Lab dei MIT): "La maggior parte dei bambini americani non fa differenza tra
il Baltico e i Balcani, non sa chi erano i visigoti e ignora dove abitava
Luigi XIV E con questo? Perché sarebbe così importante? Sapevate voi che
Reno è a ovest di Los Angeles?".          Un quinto effetto è
5 - la distorsione del tempo e dello spazio indotta nei cervelli. Essa rende
vaghe e irreali le sensazioni e, al contempo, rivendica a sé un maggiore
grado di realtà. Se da un lato favorisce l'effetto gregario, indebolisce
dall'altro le relazioni con chi ci sta intorno, poiché riduce, e talvolta
elimina, le normali occasioni per comunicare. Come quindi stupirci che siano
proprio gli americani ad avere il senso più ottuso dell'irrealtà, nei
confronti dell'essere umano e del mondo'?              Infatti, se la
televisione è una "ladra di tempo", inchiodando per ore i ragazzi ed
escludendoli da attività che sul lungo periodo sono indubbiamente assai più
importanti per il loro sviluppo, altrettanto gravi sono quindi altre
distorsioni. Come scrive John Condry: "Per lo più, l'attenzione del bambino
non si fissa, perché il materiale è facilmente comprensibile. I bambini
capiscono qualcosa del contenuto dei singoli programmi, ma non alla stessa
maniera degli adulti. Per esempio, non capiscono le sequenze lunghe e hanno
una comprensione indotta delle motivazioni e delle intenzioni dei singoli
personaggi. Non sono capaci di trarre deduzioni da un azione cui non
assistono direttamente, cioè da un'azione sottintesa ma non esplicitameiite
mostrata [... ] La televisione non li informa sul mondo, anzi spesso li
disinforma. La televisione non è concepita per fornire ai bambini
informazioni circa il mondo reale. Quando viene usata per questo scopo, fa
un pessimo lavoro. La TV moderna, specie nel modo in cui viene attualmente
utilizzata negli Stati Uniti, ha un unico obiettivo: vendere merci. La
televisione è fondamentalmente uno strumento commerciale. I suoi valori sono
i valori del mercato - la sua struttura e i suoi contenuti rispecchiano tale
obiettivo (...)  La cosa davvero assurda è che la TV non mostra mai nessuno
intento a lavorare per guadagnare le ricchezze che ostenta. Non esiste alcun
legame fra il lavoro e la vita. I bambini, che preferiscono la soluzione più
rapida al problemi, cercano la bella vita così come la definisce la
televisione, vale a dire possedere tante cose, ma non sanno come
procurarsele. E come potrebbe essere diversamente? Mostrar gente che lavora,
per la televisione è una bestemmia, uno spreco di tempo! Rende la TV noiosa,
e ciò sarebbe inammissibile. In televisione ogni momento dev'essere
emozionante, ogni avvenimento deve attrarre l'attenzione".            Allo
scopo tutto è buono, a partire dalla presentazione ossessiva della violenza.
Ma se l'onnipervadenza della violenza le conferisce un "valore morale",
altri aspetti vendono martellati a forgiare le coscienze. I valori
strumentali dell'essere "belli", "giovanili", "sexy", "capaci" e "furbi" (di
gran lunga meno citati/vantati sono l' "essere coraggiosi", "coerenti" e il
"saper perdonare") servono a conseguire i due massimi valori terminali della
Modernità: la "felicità" e il "riconoscimento da parte della società" (anche
l' "eguaglianza" e l' "amicizia" vengono posti, sia nella fiction che negli
spot pubblicitari, in netto secondo piano).           La moralità di un
azione viene inoltre sempre più a dipendere da chi la compie, la correttezza
o meno di un comportamento viene riferita non a quel  comportamento in sè
ma al personaggio che lo agisce: "A quanto pare" - conclude Condry- "gli
spettatori di un programma hanno a disposizione diverse strutture morali, a
seconda della loro familiarità con i personaggi. I giudizi morali di persone
che non hanno  familiarità con essi, pare, vengono dati in base ad una scala
di moralità ideale, senza tener conto della simpatia dei personaggi stessi.
Ben diversi, invece, i giudizi morali di persone che hanno familiarità con i
personaggi, che li "conoscono" o nutrono sentimenti positivi o negativi nei
loro riguardi. Ciò che non è ammissibile per  le persone che ci stanno
antipatiche è perfettamente accettabile da parte di coloro che amiamo".
L'oggettiva ,
 6), induzione di una doppia morale (tanto cara, del resto, alle ideocrazie
comunista e giudaica) è allora il quinto decli aspetti devastanti la psiche
dell'uomo.      Per quanto concerne infine la mondializzazione (la
"democratizzazione" cantata da Boorstin!) delle "esperienze", gravissimi
appaiono ,
7)La distruzione delle culture, e l'appiattimento delle civiltà su di un
unico modello psico-sociale, quello del demoliberalismo/giudaismo. Riguardo
ai bambini delle ultime generazioni, ben scrive Marina D'Amato: "Si assiste
per la prima volta nella storia dell'umanità alla diffusione di miti uguali
per bambini di paesi e culture diversi. Gli stessi cartoni e gli stessi
telefilm sono diffusi, infatti,in molti paesi del mondo contemporaneamente.
Non esistono al momento attuale ricerche che indaghino comparativamente su
questo fenomeno, e quindi non è possibile intervenire con opinioni in merito
che non siano puramente ipotetiche. Ma si può ipotizzare che con le
generazioni degli anni Ottanta e Novanta, che a livello planetario stanno
crescendo con lo stesso scenario fantastico, psicologico e antropologico
dovranno fare i conti considerando questa variabile".       Per secoli le
fiabe sono state, con le leggende e le storie, parti essenziali di ogni
realtà culturale, della quale si proponevano come esemplificatrici di miti,
valori, simboli e comportamento. Sempre la socializzazione dei giovani è
passata attraverso il racconto degli eventi accaduti "prima", capaci di
fornire sia paradgmi e strumenti d'azione per l'esperienza quotidiana, sia
risposte per i fini ultimi della vita. li mito, nelle sue diverse accezioni,
ha sempre avuto una funzione di guida e riferimento, passando, da elemento
religioso e cultuale, a informare da una parte poesia ed arte, dall'altra
storia e morale. Anche la fiaba, trasposizione popolare di mitologemi e
modalità di trasmissione culturale tra le più efficaci, è stata per
millenni, in forme diverse secondo il diverso psichismo dei popoli,
depositaria della cultura, che ritrasmetteva ad ogni sua riproposizione. Per
millenni essa ha fatto sì che i processi interiori venissero esteriorizzati
e resi comprensibili attraverso i personaggi e gli eventi della vicenda.
Oggi, con l'avvento della televisione multirete e la contestuale diffusione
mondiale del mezzo, si assiste, continua la studiosa, "ad un fenomeno nuovo,
perché gli stessi episodi di commedie seriali, di telefilm o di cartoni
intrattengono bambini brasiliani, francesi, statunitensi,giapponesi e
persino cinesi... lecito pensare che per la prima volta nella storia
dell'uomo si possa andare verso una sorta di "omogeneizzazione culturale"?
Siamo entrati da questa via nel villaggio  globale ipotizzato da McLuhan ?
L'ideologia dei giovani del Novanta avrà a che fare con questo processo di
socializzazione che la televisione sta operando oggi?".  "E' infatti
evidente" - commenta Alberto Ostidich - "che, con l'azione incessante e
coordinata di immagini e suoni, l'agìto e ( non lo spettatore quale attore e
sceglitore del programma ) venga a subire ciò che gli viene presentato come
informazione, suggerimento, esempio, o altro; e la sua disponibilità ad
accettarlo come valido ed oggettivo, ossia a coglierne acriticamente il
messaggio, cresce nella misura in cui diminuiscono le sue difese
inibitorie - immerso com'egli si trova in una realtà dove interagiscono toni
suadenti ed effetti speciali, brio e relax,zapping e pensiero episodico.
Immagini e suoni, inoltre, si avvolgono di forme non mediate per descrivere
l'insieme, recepito come "vero", e quel loro succedersi, rapido e
incalzante, imprime nello spettatore sensazioni tali da ridurre molto, assai
spesso, o addirittura annullare ogni capacità analitica da parte sua. Se poi
consideriamo che il destinatario del "messaggio" altri non è se non un
individuo racchiuso ed isolato in un'abitazione arredata in serie, e del
tutto simile a quella di milioni di altri individui dagli stessi suoi orari
di lavoro, pausa pranzo, trasporto, etc.; che si tratta di un individuo cori
evasioni programmate, divertimento e ferie organizzate; alle prese con gli
identici, soliti "problemi quotidiani" di tanti e tanti altri, alle prese,
soprattutto, con la mancanza di una propria vita interiore; ebbene,
risulterà facile che quest'essere massificato e spotizzato vada a confluire,
a seconda dei casi o delle situazioni,nella fascia degli sportivi, delle
casalinghe pulitodipendenti, dei giovani, degli uomini che non debbono
chiedere mai (personaggi tipo di una campagna pubblicitaria), etc.; fasce
verso cui sono distintamente indirizzate le varie forme di "acquisto del
consumatore"... nel senso che è quest'ultimo ad essere di fatto acquistato".
Come per il cinema, uno degli aspetti più rilevanti dell'Operazione Piccolo
Schermo ,la diffusione cioè dei paradigmi mondialisti praticata dai Regimi
di Occupazione Democratica imposti dopo il secondo conflitto mondiale,si
lega strettamente all'antirazzismo del Sistema, all'esaltazione della
società multiculturale come massima ed anzi unica espressione possibile
dell'essenza umana, alla raffigurazione del crogiolo multirazziale come
Sommo Bene. Nulla serve di più, allo scopo, delle fittizie "famiglie"
multicolori di serial tipo Different Strokes, "Arnold", o Webster (id.), o
Small Wonder, "Super Vicky". Nel primo, prototipo di tutti gli altri, il
protagonista, un ragazzino nero particolarmente odioso interpretato dal
venticinquenne Gary Coleman cui un morbo renale ha "donato" un eterno
aspetto infantile, viene adottato da una coppia di bianchi dell'alta
borghesia newyorkese.       Con lui, in una casa elegante e dotata di
domestica bianca, vive un "fratello" più grande, anch'egli negro adottato. I
problemi affrontati in ogni episodio riguardano i contrasti del nostro con
gli altri e con il mondo esterno, che la saggezza e la bontà del padre
riescono di solito a ricomporre. La "saggezza" di Arnold, le sue analisi
delle situazioni sono talmente proverbiali da costituire uno stereotipo; le
sue espressioni di rammarico, di gioia o di meraviglia vengono talmente
esaltate dai tratti del viso da sembrare una maschera (gli spettatori devono
conoscere il mondo non dall'interazione con esso, non dagli specifici
contesti storico-sociali o dal particolare comportamento dei diversi Gruppi
razziali, ma unicamente dalle smorfie dei protagonisti, smorfie uguali per
il bianco come per il nero, per il giallo come per il meticcio). Il viso del
protagonista mette in risalto ancor più la diversità razziale dei "genitori"
e contribuisce a creare nella retina (e nel cervello) dello spettatore
l'immagine dell'integrazione totale.    L'elemento che caratterizza i tre
serial, secondo anche la D'Amato, "è quello dell'adozione di un "essere"
diverso. Il fatto che famiglie bianche di media e alta borghesia adottino un
bambino nero è un messaggio esplicito di integrazione razziale e di
disponibilità a ridurre fino ad annullare la distanza sociale. Il problema
del pregiudizio etnico viene così affrontato e risolto nel migliore (e più
falso) dei modi, la commedia annienta la distanza sociale, paradossalmente
esaltando le diversità. Infatti, in tutti i serial esaminati, i genitori
hanno l' aspetto che denuncia la loro origine WASP, detentori di buone
posizioni sociali,di attività lavorative gratificanti, di mogli emancipate,
gradevoli,intraprendenti".      Nella massima parte di tali spettacoli la
quotidianità prevale sul mondo dell'avventura, caratterizzandosi per la
perdita dell'eccezionale e il predominio dell'intimismo sentimentale: il
minimalismo la fa da sovrano. La quotidiallità offerta non è mai drammatica
e si basa sulla contrapposizione dell'elemento interno con quello esterno,
perturbatore ed imprevedibile, con lo scioglimento della vicenda in
un'apoteosi di riassicurazione, finale ampiamente prevedibile fin
dall'inizio. L'amicizia, l'affetto, l'amore sono gli elementi più frequenti;
il conflitto costituisce la guerra che, quando compare, è in relazione a
cartoni tipo Robotech e Transformers (anche tali guerre sono sempre e solo
azioni di difesa nei confronti di attacchi esterni, che minacciano la
sempice pacifica esistenza dei "nostri"). La famiglia, cioè il contesto più
scontato del piccolo teleutente, non viene comunque pressoché mai
rappresentata nella sua dimensione "normale": non esiste la famiglia
biologica, composta da padre, madre e figli (e, perché no, anche nonni). La
famiglia televisiva è invece un unità atipica, fatta di volta in volta di
padre e di figli, di madre e di bambini di genitori separati o di vedovi,
talvolta risposati fra loro, di nonni e di nipoti (l'unico esempio di
famiglia "normale", nota caustica la D'Amato, è la mostruosa Famiglia
Addams).         Nuovi schemi vengono instillati nel software della mente e
nell'hardware delle reti neuronali, categorie di valori non solo differenti
da quelle del plurimillenario vivere dei popoli, ma proprio nuove modalità
di pensiero. L'incessante flusso di immagini e suoni relega la parola tra i
ferrivecchi, poiché tutto può essere percepito anche senza l'audio (si pensi
che, se nel Medioevo una persona-tipo entrava in contatto con una quarantina
di immagini "finte"-affreschi,dipinti ed icone - nel corso di tutta una
vita, oggi la stessa viene assalita da qualcosa come 400.000 immagini al
giorno). All'aumento di importanza della comunicazione non-verbale segue
quindi la resa della parola, poiché il significato di tutte le azioni può
essere dedotto senza difficoltà anche dalle sole espressioni e dai gesti:
"La fisiognomica ha un ruolo fondamentale, i volti sono degli universali
simbolici. La collera ,l'ira ,la dolcezza, la bontà, la cattiveria,
l'invidia sono atteggiamenti irrevocabilmente definiti dai segni che
definiscono, pietrificandoli,tutti i personaggi.In questo contesto la vista
ridiventa infinitamente più importante dell'udito,l'espressione diviene
assolutamente più significativa significativa delle parole, l'ambiente quasi
inutile".       In questo contesto che privilegia l'azione e la suggestione,
non ha più spazio la riflessione, nessuna cittadinanza l'argomentazione,
nessuna possibilità la ragione.      Come hanno documentato Marle Winn e
Allan Bloom, la TV ha effetti oltremodo perniciosi sia nell'educazione sia
sull'istruzione dei ragazzi. Il costante calo di voti degli studenti USA
viene messo da molti in chiara correlazione con l'aumento del numero dei
possessori di televisione dal 1950. E' inoltre nell' autunno 1974 che un
sondaggio indica che per la prima volta la maggioranza degli americani si
abbevera, per conoscere il mondo, più alla televisione che ai quotidiani. La
storia non offre altri esempi di Stati all'apogeo della potenza il cui
livello culturale medio sia declinato così in fretta e con tanta profondità.
Quattro soli dati tra i mille che potremmo citare: 42 studenti su cento
dell'Università di Miami non hanno la minima idea di dove sia Londra; quasi
50, di fronte a una carta muta degli USA, non sanno trovare Chicago; uno su
due non ha mai sentito nominare Moby Dick, uno dei romanzi fondanti della
letteratura americana; due cittadini su tre non sanno indicare, nell'ottobre
1993, in quale continente si trovi la Somalia, terreno di caccia ai riottosi
seguaci del generale  Aidid per gli elicotteri clintoniani (da giugno ad
ottobre,per inciso, a fronte della morte di un'ottantina di militari del'ONU
vengono uccisi 6-8000 somali; nella sola maxisparatoria dei 3 ottobre gli
americani, presi dal panico, mitragliano indiscriminatamente la folla,
uccidendo - a fronte delle duecento vittime ufficialmente ammesse - oltre
mille persone, tra cui centinaia di donne e bambini).         Netta è la
contrapposizione tra l'approccio televisivo al sapere e quello offerto dalla
scrittura, tra l'uomo-non-verbale della televisione (homo videns, lo dice
Giovanni Sartori, sottolineando come il Piccolo Schermo, producendo immagini
passive, cancelli i concetti e atrofizzi "la nostra capacità astraene e con
essa tutta la nostra capacità di capire") e l'uomo-tipografico del libro
(che da parte nostra potremmo, con un pizzico di parzialità in suo
favore,dire tout court homo sapiens); netta è la contrapposizione tra il
mondo dell'intelligenza simultanea che opera "sui dati simultanei e per così
dire sinottici (come gli stimoli visivi, che si presentano in gran numero
nello stesso momento, e tra i quali è difficile stabilire un ordine) e
quindi ignora il tempo" e richiede un basso grado di governo (Raffiele
Simone) e quello dell'intelligenza sequenziale, che opera sulla successione
degli stimoli e li dispone in linea, astraendoli, analizzandoli e
articolandoli gerarchicamente.     Come si esprime Neil Postman: "Nella
scuola due grandi tecnologie si scontrano , senza possibilità di
compromesso, per conseguire il controllo dei cervelli degli studenti. Da una
parte sta il mondo della parola stampata, che punta sulla logica, i rapporti
di successione, la storia, l'esposizione, l'obiettività, il distacco, la
disciplina. Dall'altra, il mondo della televisione, imperniato sulla
fantasia, il racconto, la contemporaneità, la simultaneità, l'intimità, la
gratifica immediata e la rapida risposta emotiva. A sei anni i bambini sono
già profondamente condizionati dalla televisione. A scuola fanno conoscenza
col mondo della parola stampata e s'instaura una specie di guerra psichica,
in cui i feriti sono molti: i bambini che non possono o non vogliono
imparare a leggere, i bambini che non riescono ad organizzare il pensiero
nemmeno nella struttura logica di una semplice frase, i bambini che non sono
capaci di seguire una lezione o una spiegazione verbale per più di pochi
minuti. Sono un disastro, ma non perché siano stupidi. Sono un disastro
perché è in corso una guerra dei media e loro sono dalla parte sbagliata,
almeno per il momento".        La televisione, continua il neurofisiologo
Herbert Krugman in Memory Without recall,exposure without perception,
"Memoria senza ricordo, esposizione senza percezione", "insegna al bambino
piccolo a "imparare a imparare" in un modo molto particolare, in qualche
misura prima che sia in grado di parlare e, in molte famiglie di bassa
condizione socio-economica o in società semi-analfabete, prima ancora che
abbia mai visto un libro. Così il bambino impara a imparare con occhiate
veloci. In seguito, se il bambino vive in una società in cui si richiede la
capacità di leggere, egli confronta il nuovo strumento per "imparare a
imparare" con le abitudini acquisite in precedenza dalla TV. Si sforza di
comprendere i caratteri con occhiate veloci. Non funziona. Imparare a
leggere è difficile, faticoso, e arriva come un fulmine a ciel sereno, in
molti casi intollerabile".        I bambini che guardano la televisione
molte ore al giorno aggiunge l'olandese Cees Koolstra dell'università di
Leida, sottolineando di avere riscontrato in loro più difficoltà dei loro
coetanei nella comprensione di testi scritti e nell'organizzazione del
linguaggio pensano per schermate, come facessero zapping col
pensiero,percependo la realtà non come un tutto organico, ma come un insieme
di immagini accostate a caso, non come una serie di eventi connessi da cause
ed effetti. In più, tali bambini sono meno creativi di chi dedica il tempo
libero alla lettura, sono più impoveriti nel gioco  simbolico, fondamentale
per lo sviluppo cognitivo. Diversi studi hanno ormai dimostrato che i ritmi
rapidi e spezzati, le dissolvenze,gli zoom e la musica ad alto volume
abbassano la soglia di attenzione. L'abitudine alla comunicazione per
immagini, e quindi a tempi di attenzione brevissimi, rende gli scolari
insofferenti ai ritmi esplicativi, piuttosto lenti, di una lezione dalla
cattedra; i programmi densi di stimoli eccitativi ne aumentano i
comportamenti impulsivi, le emozioni forti li allontanano da una vera
comprensione degli eventi, spingelidoli a rispondere ai problemi senza
pensare più che tanto.      Significativamente, all'enorme aumento della
varietà degli stimoli uditivi che veicolano messaggi e della tipologia delle
immagini visive corrisponde un graduale e sempre più rapido arrestarsi, in
tutto il mondo, del decremento dell'analfabetismo e all'aumento
dell'analfabetismo di ritorno: "Stiamo tornando a una dominanza
dell'orecchio e della visione non-alfabetica, e le giovani generazioni sono
un'avanguardia di questa migrazione a ritroso.Il passaggio dalla dominanza
dell'orecchio a quella dell'occhio, conseguente alla nascita della
scrittura, era apparso un progresso definitivo, e ora invece si mostra come
una delle fasi di un pendolo", una fase in cui l'uomo ha forse "rinunciato a
una conquista evolutiva che la scrittura aveva stimolato, per fare un passo
indietro. E' quasi come se si lasciasse da parte la visione alfabetica - un
medium pieno di tensioni e di fatica - per tornare a media più naturali, più
primitivi, di minor grado di governo" (Raffaele Simone).    Sempre a
prescindere dall'intrinsecità delle cose trasmesse, i media che veicolano le
notizie vendono generalmente percepiti dall'uomo come supporti neurali
accumulo e trasmissione di "dati" obiettivi; non viene cioè considerata nel
giusto peso la loro natura di elaboratori di un'informazione che viene
sempre e comunque predisposta dal cameraman e dal regista. Il Piccolo
Schermo agisce sull'inconscio grazie al suo linguaggio particolare, poiché
il funzionamento degli strumenti di ripresa è molto diverso da quello
dell'occhio umano: la telecamera non riprende mai quello che lo spettatore
vedrebbe se fosse davvero sul posto. L'occhio opera sui campi lunghi, offre
continuità d'azione e panoramiche complete, eventualmente scendendo sui
dettagli in un secondo tempo. La telecamera invece riprende,indugiandovi
innaturalmente, soprattutto i particolari, poiché i dettagli attirano
maggiormente l'attenzione dello spettatore. Non solo: essa può essere posta
in modo da deformare o persino celare la realtà: due inquadrature diverse di
una piazza riempita da scioperanti, nota "Focus", possono far sembrare la
manifestazione un successo o un fallimento. L' impressione di vederegli
avvenimenti con i propri occhi può poi essere accresciuta in diversi modi.
Nel collegamenti in diretta i rumori di fondo,anche se forti, vengono
solitamente conservati, anche se le diverse piste del sonoro permetterebbero
di eliminarli. Inoltre, il conduttore può interrrogare dallo studio
l'inviato sul posto, inducendo lo spettatore a far sue le domande a questo
rivolte. Tale effetto è ancora più evidente se Il presentatore è posto
davanti a uno schermo dal quale le immagini arrivano in diretta:
l'identificazione di chi guarda da casa è completa, la censura invisibile è
completa, essendo fatta implicita, interiorizzata negli occhi, ricreata e
persino voluta dal cervello dello spettatore (altro, quindi, che "finestra
sul mondo"!).     L'idea del medium "neutrale" deriva, in effetti,
dall'alfabetizzazione, che ci fa considerare la stampa come il medium
informativo tipico, ove è il lettore ad agire da elaboratore, e cioè da
soggetto attivo. Per intendere una sequenza di parole, cioè una successione
di neri segni grafici su una superficie, l'uomo deve, infatti, trasforimarli
attivamente in immagini mentali; la lettura richiede al lettore di ricreare
da sé il mondo del testo nella sua mente, ricostruendo da sè e dentro di sè
il contenuto dell'informazione. Quando leggiamo, scrive Derrick  Kerckhove,
allievo di McLuhan, dobbiamo creare "un senso interiore": "Oltre ad essere
il materiale di cui è fatta la nostra immaginazione, la lettura e anche il
principale strumento grazie al quale possiamo mantenere il controllo di un
processo immaginativo destinato a nutrirsi di libri nel corso della vita.
Durante la lettura di una sequenza di lettere prefissate la mente è libera
di prendere autonome decisioni. E' anzi addirittura plausibile che l'idea
stessa di Io individuale e di senso d'identità derivi in primo luogo dalla
lettura".       Solo chi può sviluppare un proprio punto di vista è, invero,
a tutti gli effetti un agente libero: "Con la TV, però, il punto di vista è
al di fuori, e vi guarda dentro attraverso un fascio di elettroni". Quando
il mondo occidentale era regolato solo dai libri, c'erano un "dentro" e un
"fuori" per Ie nostre esperienze psicologiche. Il dominio esterno era
pubblico, collettivo, stabile, affidabile ed oggettivo, era
istituzionalizzato dalla legge, dall'istruzione e dalla scienza. Il dominio
interno della mente, per ognuno di noi, rimaneva privato, personale e
soggettivo. La TV fornisce invece un tipo di realtà "mentale" al di fuori
del corpo e della mente. Mentre guardate la TV, se la vostra mente non si
mette a vagare, se non avete in mano il telecomando, le immagini dello
schermo si sostituiscono alle vostre. Partecipate all'immaginario
collettivo, al pensiero collettivo che essa vi offre. In televisione, le
immagini non provengono da un'esperienza personale, ma dal lavoro di una
equipe di produzione professionale, spesso fortemente influenzata dalle
statistiche e dalle indagini di mercato".      Le confuse particelle
d'informazione lanciateci dal Piccolo Schermo e concernenti il nostro mondo
problematico, complesso ed estremamente vario, non rappresentano alcunchè di
vicino al reale. Non è con gli spezzoni sincopati d'immagini accompagnati da
commenti artefatti, che possiamo avvicinarci alla realtà. Quanti fra i
telespettatori dell'esecuzione, avvenuta il 10 febbraio 1968, del "povero
giovane" Van Lem, ufficiale dei Vietcong, celato dietro il nome di battaglia
di Bay Lop,da parte del generale Nguyen Ngoc Loan, capo della polizia di
Saigon, conoscono i retroscena del fatto? L'esecuzione, ripresa dai
fotografo Eddie Adams dell'Associated Press e dal cameraman sudvietnamita Vo
Suu della NBC, viene trasmessa i giorno seguente col titolo Rough Justice on
a Saigon Street, "Giustizia sommaria in una via di Saigon", ed entra nei
libri di storia. Enorme è l'impressione ,sul pubblico, nonostante i ritocchi
compiuti onde evitare agli spettatori il fiotto di sangue che sprizza dalla
testa del condannato. Quanti condividono i termini, usati da Stanley Karnow
per Loan, di "spietato ufficiale", "spietata repressione" e "ben poca
magnaminità", e della riduttiva qualifica di "Uomo sospetto di appartenere
al Vietcong" per il terrorista?    Molti, certo. Quasi tutti, forse. Ma
quanti sanno che, poco prima, iI "povero giovane" cui salta la testa sotto
l'impatto della pallottola aveva brutalmente assassinato diverse persone,
tra cui un poliziotto, sua mogIie e i tre bambini, ai quali non era stata
concessa l'eguale fortuna di avere a disposizione una squadra di cameramen,
cadendo per questo in un eterno oblio?         Ciò che le immagini fanno
idealmente, è invero,con le parole di Jeffrey Mander, "rendere il mondo
tanto confuso,grossolano e spento quanto lo stesso mezzo televisivo". Al
posto del silenzio, della completezza dell'informazione, della meditazione
permessa dal libro e dalla ricerca, spesso non facile,di una esaustiva
documentazione, ci sono nella televisione frastuono, frammentazione,
suggestione e tecniche di persuasione, esplicita o più o meno occulta,
facenti leva sulle caratteristiche sensoriali e mentali più basse
dell'essere umano. Con la sua sola presenza, e a maggior ragione col vibrare
delle onde elettromagnetiche, la televisione minaccia la sacrosanta
autonomia che l'essere umano ha faticosamente acquisito grazie al
leggere-scrivere.        Sempre più arduo, quando non impossibile per chi
non abbia la mente - e il cervello -prestrutturati, si fa il pensiero
meditato e Iineare, logico e consequenziale. Come rileva lo psichiatra
Vittorino Andreoli, la televisione, in particolar modo quella commerciale,
porta a smarrire la parola, disorganizza e destruttura il pensiero
(soprattutto nei giovani), massacra non solo e non tanto i programmi
trasmessi  ai suoi fini, quanto la più profonda capacità di coerenza
dell'essere umano, la sostituisce con l'evocazione (passiva) di "punti"
meramente successivi - spot-e schegge telefilmiche. "Ogni storia" - scrive
Andreoli - " è frammentata dal produttore per inserirvi spot, la vera
motivazione dell'impresa televisiva, e dal singolo per la curiosità di
verificare gli altri canali. Le immagini sono più efficaci del Iinguaggio
verbale, sia perché sono immediate, sia perché suscitano emozioni forti. Una

foto è generalmente più espressiva di una parola e ancor più di un suono e
di un rumore. Nello zapping si uniscono i due codici di comunicazione e
l'insieme ricorda un caleidoscopio parlante, con variazioni di colore, di
toni e di vocaboli urlati o sussurrati [... ] Se confrontato con il sistema
della Scolastica e dunque con il procedere per gradi e per regole fisse (il
sillogismo, la metafora, la sineddoche),lo zapping appare follia,
schizofrenia appunto. Un disturbo che si caratterizza per la dissociazione
logico-verbale e per la mancanza di qualsiasi coerenza razionale [... ] Lo
zapping ha tre possibilità: ordinarsi in categorie della mente preformate
(innate) o di formazione storica, o riflettersi senza elaborare nulla. La
mente in quest'ultimo caso è passiva e si azzera non appena lo stimolo si
spegne. La constatazione è che il giovane d'oggi non funziona per sistemi:
non rispetta le sequenze né della logica razionale ne di altre logiche. Come
se tutto si accumulasse senza ordine. Rimane naturalmente la facoltà di
pronunciare parole, suoni, di usare espressioni mimiche:     insomma di
comunicare per zapping. I giovani d'oggi sono abilissimi nell'evocare,ma
incapaci di costruire periodi. Come se le strutture della mente si fossero
fermate e, appunto, dissociate".        E all'italiano si affianca De
Kerckhove,nel saggio dal significativo titolo Il Corpo tecnologico: "Quando
si legge un romanzo, la parola scritta è interiorizzata e questa
interiorizzazione è anche la condizione di appartenenza al Sé e di
organizzazione della coscienza personale. La coscienza individuale non
esiste senza questa appropriazione dell'immaginario e la riappropriazione
dell'immaginario dipende dallo sviluppo della storia della letteratura, che
è fondamentale per l'educazione dell'immaginario privato degli individui:
leggere romanzi, poesie, è una forma di riappropriazione di sé stessi. Ma
quando appaiono la fotografia, il cinema e soprattutto la televisione, tutto
cambia. E' con la televisione che si completa la rivoluzione
dell'esteriorizzazione totale dei principio d'immaginazione, portato all'
esterno della mente, su di uno schermo". "Tra tutti i sistemi di
scrittura" - continua il canadese in La civilizzazione video-cristiana -
"l'alfabeto fonetico è quello che favorisce maggiormente la messa in
circolaziotie dei concetti. Questo implica che le, attività cerebrali
incoraggiate dalla scrittura e dalla lettura alfa-fonetiche ci allontanino
doppiamente dall'esperienza sensoriale immediata,innanzi tutto con la
rappresentazione e poi con la concettualizzazione cui questa
rappresentazione rinvia".               Analizzando il contrasto o, meglio,
la radicale alternativa tra parola ed immagine, uno studio inglese compiuto
su un campione di quarantamila persone, pubblicato nell'autunno 1994 dalla
rivista scientifica "Nature" rileva lo strapotere del medium televisivo nei
confronti, per esempio, della radiofonia (e tanto più nei confronti della
parola scritta). Conviene maggiormente - chiedono gli autori - ad uomo
politico che vuol dare di sé un'immagine suadente, servirsi più della radio
o del Piccolo Schermo? L'ovvia risposta - ne concorderà il lettore - è la
seconda:in televisione, a meno di evenienze del tutto singolari, legate
soprattutto a chi lancia il messaggio, le bugie passano più inosservate,
sicché lo spettatore si lascia convincere  più facilmente. E la differenza
tra i media non dipende dal tipo di pubblico che segue i programmi, perché,
nel caso della radio, una stessa persona rileva più facilmente se chi parla
afferma il falso o non è convincente. A governare l'imbonimerito televisivo
è,infatti, il meccanismo dello sfruttamento dell'attenzione selettiva: il
concentrarsi dello spettatore su stimoli particolari, accompagnato dallo
"spegnimento", più o meno radicale, degli altri. Sul Piccolo Schermo passano
così in netto secondo piano i segnali verbali (le parole, il loro numero, la
lunghezza delle frasi), travolti o perfino sostituiti da quelli vocali (il
modo con cui le parole sono pronunciate, l'intensità della voce, le pause,
le esitazioni) e da quelli visivi emessi durante la comunicazione
(presentazione globale, sguardo, in movimento del corpo,espressione del
viso).                Inoltre, rileva Anna Oliverio Ferraris, docente di
Psicologia dell'Età Evolutiva, a differenza che per la vita reale, ove
quando guardiamo un gruppo di persone o un paesaggio percepiamo soltanto una
parte dei quadro visivo con la fovea - cioè con quel punto della retina in
cui la visione raggiunge la maggiore acutezza - percependo il resto con la
meno nitida visione periferica, quando guardiamo il teleschermo "poiché esso
è di piccole dimensioni, noi percepiamo l'intera immagine con l'acuta
visione della fovea: in questo modo, mancando la visione periferica, la
nostra attenzione per l'immagine televisiva aumenta e, aumentando
l'attenzione, tende ad aumentare anche il rilievo che noi diamo alle
immagini che stiamo guardando. Un secondo fattore è legato al movimento. La
nostra attenzione di spettatori dipende anche dalla quantità di movimento
presente sullo schermo: un ritmo veloce ha in Iinea di massima l'effetto di
aumentare il livello d'attenzione. Movimenti rapidi, musica incalzante o
forte producono uno stato di allerta del sistema nervoso".              Col
passare del tempo, tale ipercinesia comporta però conseguenze sgradite di
affaticamento, calo dell'attenzione cosciente e intorpidimento: "In più
dell'80% delle persone il cervello ha un ritmo alfa durante l'ascolto
prolungato, si verifica cioè una condizione cerebrale di rilassamento
prossima al dormiveglia in cui i muscoli sono rilassati e gli occhi atonici.
A quel punto gli stimoli provenienti dal teleschermo possono assumere una
valenza irreale, simile al sonno. Questo spiega quella sorta di trance in
cui cadono molti spettatori dopo un'ora o più di esposizione al teleschermo.
E può spiegare anche la funzione ipnotica della TV, la difficoltà a
"staccarsi" dallo schermo e il fatto che su alcuni la televisione agisce
come un sonnifero".              Dal punto di vista neurofisiologico
l'attenzione è stata studiata misurando i tipi di onde cerebrali che si
attivano quando uno stimolo viene inviato da un certo centro piuttosto che
da un altro e attraverso un certo canale sensoriale piuttosto che un altro.
Nell'area corticale in cui lo stimolo viene decodificato, per esempio, si
verificano particolari modificazioni elettrochimiche, dovute all'entrata in
gioco della formazione reticolare e del talamo, due centri nervosi da cui
dipendono le caratteristiche degli stati di vigilanza. Come rileva De
Kerckhove: "Alcuni generi di attività concertate e praticate a lungo
incoraggiano delle specializzazioni selettive, che ,s'inscrivono e si
consolidano nell'insieme relativamente flessibile del cervello e di tutto il
sistema nervoso, soprattutto nella prima infanzia".      Sono i "nuclei
della base" - la sostanza reticolare ed il talamo - a determinare gli stati
di attivazione della corteccia, cioè uno stato di maggiore o minore
attenzione a questo o a quello stimolo; attraverso un complesso gioco di
azione-retroazione, essi aprono però i canali preferenziali per gli stimoli
non tanto in modo autonoimo, quanto in seguito alla superiore "decisione"
della corteccia di prestare al mondo esterno un particolare tipo di
attenzione. Attraverso tali meccainsmi la coscienza, cioè la risultante
sistemica dell'attività integrata di ogni Singolo centro nervoso, tale per i
miliardi di eventi che l'hanno strutturata quale unicum irripetibile, può:
1 ) localizzarsi su un certo aspetto del mondo esterno,          2) vagare
senza un punto fisso d'interesse o       3) trovarsi in un vero e proprio
stato di confusione, nel quale gli stimoli si accavallano in continuazione e
l'attenzione fluttua anarchicamente.
E' stato in tal modo osservato, rileva il fisiologo Alberto Oliverío, che se
si presta attenzione ad un unico canale sensoriale - quello uditivo nel caso
della radio tutti -gli altri stimoli vengono tagliati fuori, per cui
l'ascoltatore ha modo di rilevare, e analizzare criticamente a dovere, le
pause, le inflessioni della voce, i tentennamenti e le ripetizioni, tutte
cose che spesso "spiazzano" chi vuoi far credere qualcosa di falso. Nel caso
del Piccolo Schermo, invece, l'abile mentitore ha tutto il modo di distrarre
lo spettatore, in quanto questi si sofferma "naturalmente" sullo sguardo
accattivante di quello, magari sul tic che lo "fa  personaggio" sul modo in
cui è vestito, etc., trascurando le caratteristiche intrinseche del
messaggio uditivo.       Inoltre, "spettacolarità e ritmi delle trasmissioni
creano condizioni di facile credibilità e favoriscono il formarsi di
opinioni che sono razionali solo in apparenza. La nostra mente, infatti, è
caratterizzata da strategie che le consentono di rispondere rapidamente a
una particolare situazione sulla base di un giudizio di massima,ma questo
giudizio va rivisto e corretto attraverso una logica meno "intuitiva", il
che non è generalmente possibile quando i tempi sono molto rapidi, come
negli show televisivi in cui succedono "tante cose", una serie di eventi e
testimonianze che di continuo propongono nuovi problemi, senza lasciare il
tempo di affrontare razionalmente un problema posto all'inizio".        In
particolare nel campo della pubblicità (ma non meno in quello dei notiziari
giornalistici), a prescindere dall'incredibile alluvione di vacuità e
(apparenti) insensatezze, si "sparano" senza problemi immagini velocissime
con continui mutamenti di scena che provocano una "conoscenza involontaria"
attraverso un autistico aumento dell'attività cerebrale (in uno spot della
Pontiac l'immagine più lunga fu di un  secondo e mezzo, la più breve di un
quarto di secondo!). E' indispensabile, quando ci si proponga di catturare
l'attenzione del telespettatore,rispettare una precisa cronodinamica fatta
di ritmi rapidi, di frasi semplici e brevi, di immagini che colpiscono
immediatamente la fantasia e i sentimenti, è indispensabile limitare quando
non escludere esplicitamente il processo logico. Come sottolinea compiaciuto
Carlo Freccero, "per avvincere il maggior numero di spettatori per il
maggior tempo possibile, la TV deve domandare uno sforzo mentale minimale".
La maggior parte delle tecniche televisive affonda, infatti, le radici nello
sfruttamento e nell' inversione di una tendenza umana con basi emotive:
l'interesse è per i momenti salienti. Con ciò non solo suggerendo
implicitamente l'inutilità dello sforzo,dell'applicazione e della fatica
personale ai fini della crescita informantiva intellettuale (e quindi in
ogni caso morale), ma anche trascurando o relegando in secondo piano ogni
sfumatura psicologica e l'incredibile, meravigliosa complessità della vita.
Occorre quindi da parte nostra avere sempre presente tutta la profondità
della confessione di Bob Silberberg, che va perfino al di là di ogni
manipolazione specificamente politica (anche se fare di una persona uno
zombi è un fatto, ovviamente, politico): "L'errore più grave consiste nel
credere che noi in televisione lavoriamo per produrre  programmi. Ciò è
assolutamente falso. Benché le trasmissioni siano il nostro prodotto
visibile, in realtà le grandi reti televisive americane lavorano per
produrre telespettatori (corsivo nostro). Dovere dello spettatore, oltre
certo che lasciarsi educare alla vvay of life americana, è quindi in primo
luogo (od in ultima istanza) dimostarsi, attraverso il consumo del prodotti
offertigli in così calda abbondanza, concretamente solidale cori il Sistema
che di tale vvay of death ha fatto il suo marchio e il suo vanto. Nulla
quindi di più naturale che la produzione di telespettatori, adescati da
programmi totalmente coinvolgenti nella loro irrealtà, debba essere affinata
dai necessari "consigli per gli acquisti".        E' proprio per questa
ragione che negli otto anni in cui rimane alla Casa Bianca, Reagan blocca
con veto ogni proposta di legge tesa a limitare la presenza oraria delle
interruzioni pubblicitarie nei programmi per ragazzi. L'ultima proposta,
respinta pochi giorni prima della scadenza del suo mandato, prevede
limitazioni assai modeste: un massimo di dieci minuti e mezzo ogni ora
durante i weekend e di dodici minuti nei giorni feriali). Due anni dopo,
ottobre 1990,in seguito ad un contrastato voto favorevole del Senato, anche
il Congresso finisce però per approvare quel provvedimento. Ma il nuovo
presidente Bush, dopo aver minacciato di porre il veto in nome del Primo
Emendamento (quello introdotto a tutela della libertà di parola) e visto che
la proposta gode ormai di un largo appoggio tra insegnanti, genitori
psicologi e del clero più illuminato, deve lasciarla passare (dissociandosi
col rifiuto di firmarla).        Nonostante l'opposizione di Bush possa far
pensare che le nuove norme comportino una radicale riforma del settore in
questione, esse non costituiscono tuttavia nulla di rivoluzionario né di
illuminato. La nuova legge, in vigore dal 1991 pur senza la firma
presidenziale, non fa, infatti, che un riferimento marginale ai
program-lengt commercials (Comunicati commerciali che hanno la stessa durata
dei programmi per ragazzi) e a quel prodotti in cui spettacolo e pubblicità
sono fusi indissolubilmente.     I program-lenght commercials cui la legge
non applica limitazioni sono per lo più programmi di cartoni animati. I loro
personaggi sono, come per il cinema, anche giocattoli di successo, albi a
fumetti, magliette, spugne e saponi, scarpe e sandali,dischi e orchestrine,
presenti nell'inesauribile galassia del merchandising.    I più redditizi
sono The Simpsons, New Kids On The Block e soprattutto, per i più piccoli,
Teenage Mutant Ninja Turtles, mostruose tartarughe extraterrestri dai nomi
di Michelangelo, Leonardo, Raffaello e Donatello. Il mercato mondiale dei
prodotti su licenza dell' "industria dei sogni" passa dai poco più di dieci
miliardi di dollari del 1980 al ben sessantacinque del 1989. Il 90% delle
licenze riguarda immagini prodotte negli States e, al contrario di quanto è
accaduto agli inizi degli anni Ottanta, oggi si punta solo su personaggi e
programmi già affermati nel circuito elettronico multimediale.        Di
Roberto Giammanco è una prima conclusione sull'onnipervadenza del medium
televisivo che, dietro la frenesia operativo/Ideazionale, non rivela però un
sano movimento, la differenza, la vita, ma il pullulare della putrefazione,
il movimento della decomposizione incessante: "Con l'avvento del mercato
multimediale sono cadute tutte le barriere tra fiction , informazione,
programmi per adulti o per ragazzi, elettorali o seriali. Ciò, inutile
dirlo, non significa che non esistono più mercati specifici. La totalità del
mercato, nel suo complesso modo di produzione sociale, esige che tutti i
suoi prodotti siano intercambiabili  perché isolati da obiettivi unicamente
promozionali, indissolubilmente sincronizzati . La circolazione delle merci
esige una frenetica pluralità, ma teme come nient'altro la diversità".
La televisione potenzia il consumatore universale che sonnecchia in ogni
esempiare di Uomo moderno, quel tipo sociale ormai ridotto ad "eroe" che
prolunga la sua esistenza solo nel plurale: come pubblico che ascolta ed
acquista o, ancor più astrattamente, come "richiesta di informazione" e
"quota di partecipazione".    "Avanguardia dell' umanità" ,gli States
investono il loro cittadino - il loro utente/usato - con una miriade di
immagini: 12.000 quotidiani e altrettanti periodici riempiono di foto
rutilanti le edicole, 20.000 cinema proiettano per ore ventiquattro
fotogrammi al secondo di inquadrature audiovisive, 30.000 negozi noleggiano
milioni di chilometri di videonastri, centosessanta milioni di televisori
diffondondono immagini  per una media di sette ore giornaliere ciascuno.
"Icone" - commenta Luigi Allori - "feticci, informazione, pubblicità,
spettacolo, arte: le immagini sono l' "altra vita" di noi tutti, forse più
vera, o verosimigIiante, di quella primaria. Sono palcoscenico, giornale,
specchio, guida, documento, veicolo, immaginazione, messaggio, imbonimento,
propaganda, manipolazione, compagnia, babysitter, solitudine , sapere,
ignoranza".
All'età di sessantacinque anni, l'americano medio ha inoltre assorbito,
frammezzo a tale caos di immagini televisive, due milioni di annunci
pubblicitari. Se a questi si assommano poi quelli radiofonici, quelli sui
quotidiani, i periodici e i cartelli stradali, le dimensioni del
sovraccarico simbolico, e quindi dello svuotamento del simbolo, non hanno
precedenti nella storia dell'umanità. "I freni sono così pochi" - scrive al
proposito Postman - "che si può parlare di una forma di violenza culturale,
sancita da una ideologia che conferisce una supremazia senza limiti al
progresso tecnologico ed è indifferente al disfacimento della tradizione".
La televisione, nota il tedesco Bernd Guggenberger, fa parte "del mondo del
denaro di carta e degli alberi di plastica, delle società-fantasma e dei
matrimoni per prova, dei piani bellici e della simulazione di volo, dei
valori-limite e dei contatori geiger. Quando natura e valori, attività e
unioni, volo e decisione, rischio e pericolo vengono simulati, in queste
condizioni non è dunque normale simulare la vita stessa, per mezzo della
televisione, e tutta la scala dei sentimenti e delle sensazioni, finché
l'illusione riempirà i vuoti della vita?".  La televisione determina
l'essere e il non-essere, l'esistenza sociale e l'indifferenza. Ciò che
penetra nel cuore e nel cervello delle masse deve prima passare attraverso
l'obiettivo. Solo la televisione crea oggi una dimensione pubblica, nel
senso che essa fornisce definitivamente ad una persona o ad un avvenimento
il valore di notizia. Essa ha la massima competenza di accredito, cui
nessuno dei media minori può sottrarsi. L'attestato di nobiltà lo concedono
oggi i moderatori delle grandi trasmissioni con molto pubblico: "Da tempo
permettiamo che, cacciata la precedente, una nuova aristocrazia la faccia da
padrone sullo schermo e noi concediamo, a questo fior fiore dei media, dei
privilegi che hanno tolto di mezzo i privilegi di nascita del passato e ogni
rossore pudico sul viso La televisione è il potere culturale imperiale, che
adegua tutto a se stesso, dal cerimoniale delle visite dei papa fino ai
giochi infantili, dalle abitudini alimentari della famiglia media fino alla
retorica e alla drammaturgia dei dibattiti parlamentari. La televisione crea
uomini e temi, decide,in misura che non ha precedenti storici, delle
possibilità creative, individuali, vitali e sociali".        Ma
all'illusione - a parte quegli spiriti liberi che, pur consci degli attuali
rapporti di forza e della presunta irreversibilità del Sistema, restano
fedeli Sempre e comunque all'insegnamento dei Padri sugli spalti del
realismo e dell'antidemocrazia - c'è qualcuno che riesce a sottrarsi. E quel
qualcuno sono proprio gli artefici, i promotori di quell'illusione, gli
appartenenti alla classe A dell'huxleyano Brave New World. E'ancora
Guggenberger ad illuminarci con linguaggio pregnante: "Ciò che comincia a
delinearsi sono i contorni di una nuova divisione di classe contro quella
diagnosticata da Karl Marx, che era soprattutto incomparabilmente più
"Innocua", se non altro perché non costrinse al silenzio definitivo l' "arma
della critica", l'unica vera, e propria, "forza del debole", che può
volgersi in superiorità. Ciò che si va delineando è un disfacimento del
corpo sociale tra i pochi attuali suoi fautori e la grigia massa dei
"manipolati", tra gli affannati utilizzatori e i massacratori  del tempo,
divertimento-dipendenti e sempre bisognosi di distrazione, tra chi non ha
mai tempo e chi ne ha sempre, tra gli attivi e i passivi, tra i pochi
potenti produttori di realtà ed il molti consuImatori di questa "realtà di
seconda mano" ".       E' ancora l'antica, sempre nuova conferma  dell'
impossibilità logica, dell'immoralità filosofica e dell'inganno pratico
della democrazia.          Conoscere se stessi ed il mondo, pensare ed agire
con coerenza sono le attività più faticose - e più nobili - che la vita
permette all'uomo. La televisione, a prescindere dal cosa, esercita una così
forte attrazione proprio perché non richiede, democraticamente, né lavoro
fisico né sforzo mentale. "Fatica e durezza" - ribadisce Guggenberger- "sono
ormai virtù non previste in una comunità del divertimento teleservita. I
promotori dei programmi di massa patteggiano in modo palese con le nostre
inclinazioni più basse: con la nostra pigrizia e la nostra seducibilità. Ci
si può veramente mostrare inorriditi di fronte al costante aumento della
criminalità violenta e allo stesso tempo non trovar niente da ridire sul
fatto che noi adattiamo la generazione che ci segue, fin dalla prima
infanzia, sistematicamente, ad un mondo in cui delitto e assassinio
rappresentano la massima attrazione".                        Non esiste
divoratore di avvenimenti più affamato del Piccolo Schermo, non esiste
istituzione socialmente più distruttiva della televisione, non esiste
caricatura più mordace della famiglia di quella che la ritrae raccolta in
posizione allineata di fronte al tubo catodico. Nient'altro insidia più
potentemente il valore e l'essenza della famglia e dell'amicizia, della
particolarità regionale, dell'orgoglio razziale e della trasparenza
politica. Nulla ostacola di più la mente umana, nella serena valutazione di
un fatto, quanto l'assidua consumazione di divertimento e di spezzoni
"informativi" offerti dai video-media. Chi cerca le sensazioni e le finzioni
del Piccolo Schermo è perso per i problemi del mondo reale.
Il solipsismo, l'alienazione, il disfarsi di quelli legami interpersonali
che formano la struttura, non solo di una ridotta comunità, ma di un'intéra
società - che sono quella comunità e quella società - sono stati, se pure
non generati,ricreati e potenziati dal mezzo televisivo. Ancora più
allucinanti sono le prospettive: in Giappone,nel piccolo centro di
Higashi-Hikoma, interamente sottoposto a telecollegamento via cavo, i
bambini non varino più a scuola (il maestro insegna per televisione), il
medico visita i pazienti nello stesso modo, le casalinghe fanno la spesa per
televideo, le famiglie "dialogano" l'una con l'altra elettronicamente.
Ognuno è chiuso nel suo mondo soffice, fatto di suoni e colori, senza
asperità, senza contatti umani. Ognuno costruisce il suo mondo, dissociato
da quello di ogni altro.          E' addirittura Alberto Pasolini Zanelli,
cantore tra' massimi della Bontà del Paese di Dio, a notare, trattando di
quella Droga Virtuale che avanza in tutti i campi, ci abbraccia e ci
soffoca, che "l'America, il mondo si fanno al tempo stesso più sfacciati e
più furtivi, l'irrealtà elettronica è una tentazione pigra ma potenzialmente
avvelenata. Già l'impoverimento e la rarefazione del dialogo hanno ridotto a
due principali le occasioni e le forme di contatto fra gli individui: il
sesso e la giiinastica. Se le Realtà Virtuali invadono anche questi campi si
può avverare l' incubo di una società ridotta al solipsismo più o meno
onirico, a scrivere, leggere, guardare,"sentire" le cose invece di farle. Il
teleschermo come sostituto della vita, lo svuotamento ulteriore delle
comunità naturali o storiche (la famiglia, la piazza, il bar, il luogo di
lavoro) da parte di quello che qualcuno esalta come il "nuovo stare
assieme". Tante Comunità Virtuali in cui si faccia capo unicamente a
tastiere che alla fine sono sempre più cieche".            Chi vuole al
contrario un cittadino attivo, aperto e responsabile; chi vuole che i
giovani si impegnino, si pongano mete comunitarie, lavorino alla propria
maturazione e si prendono seriamente (perché solo in tal modo imparano a
rispettare e a prendere sul serio anche gli altri); chi vuole sottrarre al
termine democrazia la sostanza, distorta e imprigionata da due millenni in
un mefitico fonema, e abbandonare, guscio vuoto, mero fiato di voce, il
vocabolo; chi vuole restare fedele, con slancio supremo d'amore, alla
memoria dei Padri - chi voglia opporsi e distruggere nel fondamento
l'illusione democratica, la truffa democratica, il cancro democratico - chi
vuole questo complesso inscindibile di cose, è credibile solo se combatte
con la massima consequenzialità ciò che più di tutto si oppone,sul piano
concreto, alla formazione di queste posizioni e capacità: l'egemonia
psicologica e culturale della televisione.           In ultima nalisi il
pericolo operativo che deriva dalla televisione è delineato dalla sua
assoluta neutralità e volgarità.Da un lato il processo di involgarimento è
funzionale al raggiungimento del maggior numero possibile di spettatori,
attuando una spinta verso il basso dei contenuti delle trasmissioni, in una
spirale demoniaca di azioni e retroazioni che abbassano non solo la cultura
e l' intelletto dell'essere umano, ma anche e soprattutto la sua coscienza.
Dall'altro, il fatto che il potere industriale/finanziario - cioè chi
impegna il denaro e sponsorizza i programmi si interessa a tutto, meno che a
"che cosa" viene trasmesso (all'interno, ovviamente, dei limiti ideologici
fissati/riconosciuti dal Sistema ,fa della televisione il medium-zero. Se i
programmi vengono costruiti attorno al prodotto/messaggio da sponsorizzare,
va da sé che non esistono messaggi all' infuori del prodotto/messaggio
sponsorizzato .  Va da sé, scrive Maurizio Naj, che i programmi finiscono
allora tendenzialmente con l'assoimigIiarsi tra loro, "annullando la
differenza tra lo stare spento o acceso del televisore, che (per pigrizia o
necessità di una presenza) ovviamente resterà acceso. Non ci sarà più la
scelta di vedere "quel programma" ma, più semplicemente, si guarderà "la
televisione"". Similare giudizio esprime il regista Brian De Palma: "La
televisione è la cosa più pericolosa che il capitalismo abbia creato, una
macchina educatrice che ti fornisce un insieme di valori completamente
defunti e moralmente deprecabili. Almeno per ora nessuno ti obbliga ad
accendere la TV e nemmeno a possederla: abbiamo la possibilità teorica di
evitare il lavaggio del cervello. Ma è difficile, quando te lo fanno fin dal
primo giorno di vita. Devi avere un forte controllo su te stesso per
riuscire a rifiutare queste cose".                Con la televisione si
compie l'aspirazione più segreta dei Sogno Americano: al di la del mito del
successo e dell'autorealizzazione, la molla psicologica è ancora la
frustrazione giudaica (e quindi cristiana) che obbliga l'uomo alla ricerca e
creazione di un  Mondo Nuovo che non abbia le asperità, le incoerenze, le
contraddizioni, il dolore di questo. E'l'antico, sempre nuovo odio per il
reale e quindi l'antico, sempre nuovo odio per l'uomo com'è, coi suoi
fallimenti, le sue durezze e le sue crudeltà certamente, ma altrettanto
certamente con le sue migliori qualità: il senso del reale; la freddezza
intellettuale che rifiuta ogni suadente, sensoriale velo mistificante; il
controllo di se stessi; l'accettazione, serena ed attiva, dei limiti insiti
nella propria natura; il riconoscimento della sacralità del Cosmo,autarchica
essenza.               Con la televisione, certo nelle attuali strutture e
con gli attuali condizionamenti economici, ma altrettanto certamente sotto
qualsivoglia diverso cielo, si realizza per fortuna non del tutto, viste le
resistenze opposte dal mondo reale - l'incubo Americano (e quindi cristiano
e quindi ancora giudaico) del Mondo Nuovo,incubo che, prima di incarnarsi
nel mondo hard orwelliano, è il "morbido" Mondo Nuovo huxleyano. Il
teleschermo ha un impatto talmente diretto ed onnipervasivo sul sistema
nervoso e sulle emozioni - e un effetto talmente ridotto sulla mente - che
la maggior parte dell'elaborazione delle informazioni è, in effetti, opera
sua, e non dello spettatore.              Non c'è, in tali processi, tempo
sufficiente - né volontà - perché lo spettatore possa integrare su base
pienamente cosciente le informazioni ricevute. Ribadisce la tedesca Hertha
Sturm, Studiosa dei mass media: "Il rapido mutare delle immagini presentate
menoma la verbalizzazione. Tra esse ci sono mutamenti non decodificati
dell'angolo di osservazione, imprevedibili oscillazioni dall'immagine al
testo e dal testo all'immagine. Di fronte al rapido mutare delle immagini
presentateci e alla loro accelerazione, lo spettatore è letteralmente
trascinato da un'immagine all'altra. Ciò esige costantemente nuovi e
inattesi adattamenti alle stimolazioni percettive. Di conseguenza lo
spettatore non è più in grado di tenere il passo e rinuncia ad una codifica
interiore. Abbiamo scoperto che, quando questo accade, l'individuo agisce e
reagisce con un innalzamento di eccitazione fisiologica che a sua volta si
traduce in una riduzione di comprensione. Lo spettatore diventa, per così
dire, vittima di una forza esterna, di una rapida sequenzializzazione
audio-visiva".      La programmazione televisiva è deliberatamente concepita
per impedire reazioni verbalizzate; tutto si traduce in un'immane operazione
di condizionamento subliminale,in una rimozione delle capacità di
riflessione personale e di autodeterminazione.      A differenza del libro,
lo schermo televisivo è una struttura rigorosamente prescrittiva, poiché in
un colpo solo incornicia le dimensioni di tutto quello che c'è da vedere e
localizza l'occhio e l'attenzione dello spettatore, condizionando
completamente le modalità di elaborazione e destinazione dell'informazione.
E' al contrario, pienamente coerente coi postulati spersonalizzanti della
sua ideologia, l'arcivescovo milanese Carlo Maria Martini ad esplicitare nel
1991, nell'incredibile scimmiottamento francescano della pastorale sul
medium televisivo, le attese che muovono ogni progressista: "Laudato sii mio
Signore con tutte le tue creature / specialmente fratello televisore / che
riempie ore delle nostre giornate ed è bello e irradiante con grande
splendore / e di te Altissimo porta significazione".  Un suo sodale
stonacato, il socialista don Gianni Baget Bozzo, a sociologizzare l'afflato
mistico del porporato: "La televisione libera da molte cose, è la nuova
Bibbia del poveri, perché dando visione a tutti eleva anche gli incolti e
svolge la sua funzione capitale di far crescere la coscienza del singoli",
"la TV è un mezzo innocente".    Ancor più lirico è il sillogismo teologico
di don Tonino Lasconi, "esperto di media", sul bollettino della Conferenza
Episcopale Italiana Servizio informazioni Religiose: "E' necessario
affermare che questa abbondanza di informazione è bella: conoscere una cosa
in più e sempre meglio che conoscere una cosa in meno. Se Dio è colui che sa
tutto, più informazioni si raggiungono e più si diventa simili a lui, come
ci è stato comandato". Lentamente, inesorabilmente, e del tutto
coerentemente con l'impostazione delle cose, il moderno mondo cattolico, con
le parole del nostro Lasconi, getta la spugna di fronte al progredire del
Mostro: "La Chiesa è sempre restia ai cambiamenti. Ogni novità, in quanto
novità, va respinta. Invece io credo che un mondo senza TV sarebbe un mondo
più povero. Basta insegnare alla gente come guardarla.E' una realtà di oggi
e demonizzarla è assurdo E sterile invitare le famiglie a spegnere o a
razionare la televisione.E' velleitario esortare gli operatori
dell'informazione televisiva ad essere profondi, oggettivi, pacati, perché
sarebbe come invitarli a non farsi ascoltare".        Nessun codice di
regolamentazione, quindi, nessuna esortazione all'autoregolamentazione,
nessun progetto educativo né del pubblico né, tantomeno, degli operatori cui
è lecito, e spetta, fare il loro "dovere" professionale. Con l'eterna,
criminale buona fede illuminista il Lasconi, palesandosi oltretutto
ignorante di cibernetica e di scienza dei sistemi, sostiene che è inutile e
ipocrita accusare la TV di essere elemento di disgregazione. Come sempre, le
colpe risiedono altrove: "Il bombardamnento quotidiano delle famiglie dagli
schermi accesi non è un aspetto negativo in sé. E' necessario che la
famiglia unita, armoniosa, ricca di interessi veda i programmi in compagnia"
tra genitori e figli, e sappia scegliere quelli migliori e dedichi ternpo e
spazio ad altre attività" (inutile dire che ciò che non esiste, ciò che va
costruito e che proprio la TV impedisce di costruire, sono tale unità,
armoniosità ed interessi).             A nulla valgono allora, di fronte
all'ubiquitaria accettazione di tale professione di fede, i distinguo
compiuti dal Lasconi in articulo mortis in margine al peana innalzato al
Piccolo Schermo: "E dovere prendere coscienza che questa -grandinata di
informazioni, così efficace e penetrante, se subita passivamnente e
acriticamente produce pensiero debole, cervello frastornato, giudizi
superficiali, bisogni inventati, debolezza cronica di fronte ai discorsi
vuoti sulla bocca di volti affascinanti". Come possa il comune mortale non
venir frastornato dall'imbonimento televisivo, come possa resistere al
quotidiano lavaggio del cervello, il Nostro deve ancora spiegarcelo.
Qualcuno che ha vissuto un po' prima il trionfo del ciclope bruto si esprime
però in in modo diverso dai tre fidenti religiosi, come il producer in
Network, "Quinto Potere" rivolto ad una collega: "Tu sei l'incarnazione
della televisione, indifferente alla sofferenza, insensibile alla gioia.
Tutta la vita è ridotta al comune pietrisco della banalità. Guerra,
assassinio, morte tutto è lo stesso per te, come bottiglie di birra, e la
vita di tutti i giorni è una commedia corrotta. Arrivi persino a frantumare
le sensazioni del tempo e dello spazio in frazioni di secondo e in replay
istantanei. Sei la follia". E pienamente controbatte l'aspirazione dei tre
cristiani suddetti, vacuizzante dell'intelletto umano, il drammaturgo
tedesco Botho Strauss: "il regime della comunicazione telecratica è insieme
la meno cruenta delle dittature e il più completo dei totalitarismi. Non ha
bisogno di far rotolare delle teste,le rende superflue".         Ma
l'avvento del Regno - la Fine della Storia,l'Uscita dal Mondo Corrotto,
l'Allucinazione della Realtà Virtuale - può essere reso possibile soltanto
attraverso la deprivazione dell'io personale:
     1) Eliminare la conoscenza di se stessi - la Coscienza - rendendo
impossibile la distinzione tra naturale ed artificiale. Solo
l'introspezione, la conoscenza dei propri limiti, della propria fragilità e
delle proprie possibilità, dei propri sensi e della propria umana
strutturazione fisio-psichica permettono di affrontare il mondo esterno.
 2). Abolire i termini di confronto col passato - la Memoria - che non tanto
va criticato, quanto ignorato, giusta l'insegnamento di Isaia, LV 17: "Ecco,
infatti, io sto per creare cieli nuovi e terra nuova! Il passato non sarà
più ricordato, non verrà più in mente". Come si può, infatti, criticare un
qualcosa che, anzi, non è mai esistito?
3). Tenere gli uomini separati l'uno dall'altro,anche all'interno della
famigIia, riducendo la comunicazione interpersonale grazie ad uno stile di
vita che enfatizzi,incoraggi ed obblighi alla separatezza facendo coltivare
unicamente i propri hobbies, le proprie fantasie, i propri interessi, i
propri appetiti individualistici.
4). Unificare, distorcere ed appiattire l'esperienza permessa dai sensi, da
un lato incoraggiando l' "esperienza" mentale a spese di quella sensoriale,
dall'altro guidando questa, pur sempre ineliminabile, in aree ristrette del
comportamento (vedi l'esasperazione del sesso a discapito della totalità dei
sensi e della psiche).
 5). Tenere occupate le menti con pensieri, e soprattutto
immagini,preordinati di qualsiasi tipo (il contenuto è meno importante dei
fatto che la mente sia riempita), in un mondo che valorizza la velocità e
non la profondità, cosicché non siano più disponibili spazi mentali "vuoti",
che possano permettere una riflessione autoaestita.       6).Incoraggiare
l'uso della droga a livello sociale.Incoraggiare ogni tipo di devianza.
Giustificare un tasso "fisiologico" di criminalità, "offrire" modelli umani
e stili di vita "alternativi", promuovere incessantemente "liberazioni",
contenendo in tal modo ogni possibile manifestazione di rivolta ad un mero
livello individuale.
     7). Centralizzare la conoscenza e l'informazione, in modo che a
rilasciare dati e notizie sia un'unica fonte "autorizzata", democraticamente
riconosciuta, solidalmente avallata e introiettata in quanto "legittima"
(più che la distruzione dei libri in sé, la distruzione cioè di fonti
alternative: è questo il senso di Fahrenheit 451).
   8) Ridefinire la felicità e il significato della vita secondo ideologie
sempre più astratte, poiché qualunque cosa acquista un senso nel vuoto.
Evitare le filosofie del idealismo, che portano i soggetti ad una coscienza
incontrollabile dai Persuasori.  Le filosofie cui meno si può resistere
sono, infatti, quelle più "razionali", e cioè più arbitrarie, quelle che
acquistano un senso unicamente in rapporto a se stesse.                 A
livello di massa la televisione crea dipendenza. Per il modo con cui il
seriale visivo viene elaborato nella mente, esso ribalta il rapporto tra
capire e vedere, ed anzi inibisce strutturalmente i processi cognitivi. "La
televisione produce immagini e cancella i concetti; ma così atrofizza la
nostra capacità astraente e con essa tutta la nostra capacità di capire. La
riduzione-compressione è gigantesca: e quel che sparisce in quella
compressione è l'inquadramento dei problema al quale le immagini si
ascrivono. Perché l'immagine sappiamo, è nemica dell'astrazione, mentre
spiegare è svolgere un discorso astratto. I problemi, ho detto più volte,
non sono "visibili". E il visibile privilegiato della televisione e quello
che "fa colpo" sui sentimenti e sulle emozioni.Il visibile ci imprigiona nel
visibile. Per  l'uomo vedente (e basta) il non visto non esiste.
L'amputazione è colossale. Ed è peggiorata dal perché e dal come la
televisione sceglie quel particolare visibile, tra cento o mille altri
eventi ugualmente degni di considerazione"(Giovanni Sartori).
La televisione si propone, dunque, più come uno strumento per il lavaggio
del cervello e per l'induzione dell'ipnosi che come qualcosa che possa
stimolare coscienti processi d'apprendimento. La televisione è una forma di
deprivazione sensoriale, poiché provoca disorientamento, confusione,
incapacità di riflessione astratta e analitica, balbettio nella
dimostrazione logica e nella deduzione razionale . Diminuisce negli
spettatori la capacità di distinguere il reale dal non reale (altro che lo
slogan di Walter Cronkite "l'immagine non mente"!, altro che gli effetti
prodotti sui radioascoltatori dall'invasione marziana di Welles - suggestivi
peraltro, di un'invasione "nazista" del Paese di Dio - in quel lontano 30
ottobre 1938!), l'interno dall'esterno, ciò che viene sperimentato
personalmente da ciò che viene inculcato da fuori. Disorienta il senso del
tempo, dello spazio, della storia, della natura. La televisione sopprime e
sostituisce la creatività dell'immaginazione, incoraggia la passività
collettiva (icastica è l'espressione USA per definire il video-dipendente:
couch potato, patata in poltrona) e addestra la gente ad accettare qualsiasi
forma di autorità. E' uno strumento di mutazione, spegne le interiorità e
trasforma le persone concrete, coi loro vissuti, la loro storia, le loro
reticenze, le loro contraddizioni, la complessità tutta della loro
evoluzione spirituale e caratteriale, nell'effimero istantaneo delle loro
immagini televisive. Con lo stimolare all'azione mentre simultaneamente la
sopprime, il Piccolo Schermo contribuisce infine a causare l'inquieta,
afinalistica iperattività dei sistema nervoso. La televisione limita e
circoscrive la conoscenza umana. Cambia il modo con cui gli uomini ricevono
informazioni dal mondo. In luogo della naturale ricezione multidimensionale,
propone una ridottissima esperienza sensoriale, poiché diminuisce sia la
quantità sia la specie d'informazione che la gente riceve. Mantenendo la
coscienza entro i suoi canali, minuscola frazione dell'area naturale
dell'informazione, induce l'uomo a credere di sapere di più, quando sa
invece sempre meno.         Con l'uniformare tutti entro i propri schemi e
col centralizzare in sé l'esperienza, il tubo catodico prende il posto
dell'ambiente. Accelera l'alienazione dell'uomo dalla natura e perciò
accelera la distruzione della natura. Distruggendo la natura, distrugge
l'uomo, spingendolo ancor più dentro una realtà artificiale già invadente.
Accresce, infine, la perdita della conoscenza personale, della coscienza
personale e della Memoria storica dei popoli per mantenerne In vita una sola
"Ci devo riflettere, ma forse l'unico modello di memoria esistente in
Occidente è quello ebraico", conferma al confratello Wlodek Goldkorn
l'olostorico Saul Frledlander,già segretario di Nahum Goldmann e Shimon
Peres - concentrando il potere dell' informazione, ed anzi l'informazione
stessa, nelle mani di un'elite ideo-tecno-industriale-commerciale.
Chi siano stati i preveggenti promotori di tale élite, chi siano stati e chi
siano gli araldi, i portatori, gli allucinati missionari e gli zelanti
difensori del Sistema di Valori che ne ha sostanziato gli atti e distorto le
menti, chi siano stati e chi siano i redditieri di quell'incubo
rappresentato dal Sogno Americano e dell'Unico Mondo, di quel Tempo della
Fine - l'Et Qetz del Libro di Verità in Daniele XI 40 e X 21 - vantato e
difeso per l'intero pianeta da una miriade di manutengoli, lo sappiamo.
 La parte del laudator temporis acti è sempre imbarazzante, ma l'approdo di
una rincorsa ossessiva dello sviluppo scientifico e tecnologico è il vicolo
cieco di un nichilismo triviale. Come recitava una vecchia canzone dei
cantautore italiano Franco Battiato: "Più diventa tutto inutile, e più credi
che sia vero, e il giorno della Fine non ti servirà l'inglese.
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